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Medico, cura te stesso. Soprattutto con il coronavirus

Il benessere psicologico ed emotivo degli operatori sanitari non può e non deve essere trascurato con l’idea che “ci sono cose più importanti di cui occuparsi”

Pubblicato su Huffington Post Italia 16/03/20

di Claudia Ravaldi

Quasi trent’anni fa ho scelto di fare il medico, da più di vent’anni faccio la psichiatra e la psicoterapeuta.

In questi anni ho sempre avuto molto chiaro che essere un medico e in contemporanea rimanere una persona costringe a indossare continuamente una “doppia veste”: una veste personale e una veste professionale.

E sopra queste due vesti, di volta in volta altre: una veste culturale, una veste cognitiva e persino una emotiva.

Tutto doppio. O triplo. O quadruplo.

Perché mentre studi medicina ti specializzi e poi lavori come medico, nel poco tempo libero che hai coltivi i tuoi interessi, che non necessariamente hanno a che fare con le malattie e con le cure.

Perché mentre fai il medico ed eserciti la professione e ti confronti con i colleghi e anche con i pazienti/utenti, tu sei comunque una persona e la porti, questa persona che sei, dentro la professione che fai, nelle relazioni che tieni coi colleghi e con gli utenti. Le due vesti sono sovrapposte e cucite insieme.

C’è anche una doppia veste cognitiva: è innegabile che vedere le cose con gli occhiali del medico non corrisponde a vederle con gli occhiali del paziente. Chi di noi medici si trova a dover cambiare occhiali, o a mettere un occhiale sopra l’altro, sa quanto sia complesso e faticoso tenere insieme tutti questi punti di vista, soprattutto di fronte alla malattia grave o al lutto.

C’è inoltre la doppia veste emotiva, che è quella che nei giorni di emergenza come questi mi preoccupa di più e di più mi addolora.

Ai medici non si insegna a portare insieme in modo sufficientemente comodo tutte le vesti che sono costretti a indossare.

Ai medici non si insegnano le insidie di queste sovrapposizioni necessarie: ci si trova spesso inviluppati, incastrati, accaldati, scomodi, una veste sopra l’altra, a volte troppo stretta, a volte troppo rigida, a volte consumata o strappata, senza che nemmeno ci siamo accorti dove e quando sia avvenuto quello strappo, dove e quando sia caduto quel bottone, o perché quella manica sia scucita e si veda la pelle sotto.

Ai medici si chiede di muoversi agili anche se il colletto stringe e le spalle cadono da tutte le parti e l’orlo fa inciampare ogni passo.

Ai medici si chiede di non sentire il peso della veste emotiva delle persone che sono, di non sentire quella seconda pelle che in giorni come questi si appiccica addosso e vorrebbe farti urlare e dire basta e dire ma come siamo arrivati fino a qua.

E dire “ho paura”. Sentendo di poterlo dire.

In questo momento orribile, una fonte di salvezza mentale può arrivare dal tenere a mente tutte le nostre vesti. Prenderci cura di noi come medici e di noi come uomini e donne.

Prenderci cura delle nostre emozioni, che le emozioni del medico e dell’uomo, anche se ci hanno sempre detto di no, anche se ce le hanno nascoste sotto il camice, sono le stesse.

Paura. Rabbia. Dolore. Disgusto. Incredulità/sorpresa. Gioia

Cari colleghi, vi leggo e vi sento. Mi ascolto e mi leggo. Se terremo conto di questa esperienza travolgente, riusciremo ad avere più cura di noi, dei giovani studenti e quindi dei nostri pazienti, senza perdere pezzi, bottoni, e avere orli consumati.

In questo momento di emergenza globale, pensare a se stessi potrebbe suonare strano. Una specie di imperdonabile egoismo, fuori da ogni tempo massimo.

Invece sono numerosi e condivisi da tutta la comunità scientifica gli studi che indicano chiaramente che le buone cure del medico dipendono in larga parte da due variabili: quello che sa e come sta.

Gli aspetti tecnici, da soli, non sono sufficienti, soprattutto in caso di emergenza. Gli aspetti legati alla salute psicologica ed emotiva, sono centrali per la cura e per la care, soprattutto in questi tempi incerti.

Il benessere psicologico ed emotivo degli operatori sanitari non può e non deve essere trascurato con l’idea che “ci sono cose più importanti di cui occuparsi”, perché la posta in gioco è molto alta, e riguarda la perdita della salute dell’operatore e con essa, la perdita della sua efficacia.

Non possiamo permettercelo.

Per questo motivo, in questi giorni, l’associazione EMDR Italia sta mettendo in campo numerose iniziative per tutelare gli operatori coinvolti in prima linea nell’emergenza COVID-19.

Un’altra importante iniziativa è quella dell’Associazione Salvagente, che si è impegnata a offrire supporto psicologico gratuito ai medici italiani.

Se sei un operatore e senti il bisogno di prenderti cura di te, ma temi che questo sprechi il tuo poco tempo, ricorda che questo è un investimento importante: serve per mantenere la tua salute al meglio, ma anche per garantire le migliori cure ai tuoi assistiti e alle loro famiglie e a.

Medice, cura te ipsum.

Per favore.

CiaoLapo Onlus

Claudia Ravaldi. Psicoterapeuta e medico, fondatore e presidente di CiaoLapo Onlus. Nasco nel 1974 d’estate. Pronuncio le mie prime parole a sette mesi (mamma e pane, ma non in quest’ordine…) e inizio a leggere e scrivere a 4 anni, per non smettere praticamente più. Dopo il Liceo Classico mi laureo in Medicina a Firenze, mi specializzo in Psichiatria e studio Psicoterapia a Milano. Ho lavorato per dieci anni nel campo dei disturbi del comportamento alimentare, come clinico e come ricercatore. Oggi mi occupo prevalentemente di relazione terapeutica, comunicazione e salute, alimentazione consapevole, mindfulness, EMDR, gravidanza e maternità, lutto e salute perinatale, collaborando da libera professionista con vari enti e dipartimenti universitari come ricercatrice e docente. Dopo la morte a fine gravidanza del mio secondo figlio ho fondato e presiedo l'Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it) per la tutela della gravidanza a rischio ed il supporto psicologico ai genitori colpiti da lutto perinatale.

Website: www.psico-terapia.it
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