L’otto Marzo e il tabù dell’aborto spontaneo

by Claudia Ravaldi

L’aborto spontaneo è un evento estremamente comune nelle donne in età fertile ma è qualcosa di cui non si parla facilmente. O meglio, è qualcosa che non si vuole ascoltare.

L’aborto spontaneo è un evento che accade almeno una volta nella vita ad 1 donna su 4, ma può accadere anche due, tre, quattro volte, alla stessa donna. In alcuni casi è possibile individuare cause specifiche, nella maggioranza dei casi no. Ne abbiamo parlato qui. Su questo tema la medicina ancora non riesce a fornire tutte le risposte, semplicemente si sa che può accadere. Si sa anche che un aborto spontaneo non pregiudica il buon esito di una gravidanza successiva. Quindi in fin dei conti, per molti rimane un non-problema (tanto ne avrai un’altro!). Passa un doppio messaggio: da una parte, una donna su quattro ha un’aborto spontaneo nella vita, quindi meglio non farci troppo la bocca e non affezionarti alla gravidanza che non si sa mai. Dall’altra, non è un problema, è normale. Insomma l’aborto diventa una specie di rito di passaggio. Una specie di prezzo da pagare, per vedere quanto sei forte. Soffrendo in silenzio. Le nostre nonne e bisnonne e chissà a ritroso dove arriviamo, lo sapevano talmente bene che una su quattro paga il prezzo dell’aborto spontaneo: nel tempo moltissime donne, spesso fin dall’infanzia, sono state educate a non annunciare mai la gravidanza nel primo trimestre, ad aspettare buone e zitte. Perché poi se non prosegue, ci rimani male, viene spiegato, spesso con grandi sorrisi affrettati. E perché, se me lo tengo solo per me e non prosegue, ci rimango meno male?

Insomma, lo sappiamo talmente bene, che può succedere, l’abbiamo imparato così bene, a tacere non perchè non vogliamo dire, ma perché è sconveniente e non si sa mai, che l’aborto spontaneo è diventato una non-notizia: una cosa comune, normale, di routine, talmente ovvia da non destare o meritare attenzione. Com’è come non è, come quasi tutto quello che riguarda la vita di una donna, anche l’aborto spontaneo è diventato un evento privato. Qualcosa che ci succede, ma non può essere detto (o solo poco, o solo pagando un terapeuta). Qualcosa che ci succede, ma per cui non dobbiamo aspettarci sostegno nella nostra società e dalle nostre madri o nonne, che spesso hanno imparato sulla loro pelle che la risposta all’aborto è il silenzio e la pacca sulla spalla e anche loro, prime sopravvissute al silenzio intorno al lutto perinatale, hanno perso le parole. Non ne hanno ricevute, non ne hanno da dare. Pensiamo a quanto dolore passi, in queste scene mute.

L’aborto non si racconta perché è normale. Capita a tantissime. In questa generale atmosfera di banalizzazione, silenziamento e paternalistici incoraggiamenti a non fare così e riprovarci presto, le donne sono costrette a portare da sole il peso dell’esperienza, traumatica, della perdita, dell’esperienza, traumatica, del sanguinamento profuso o del raschiamento, quella degli sbalzi degli ormoni che prima servivano e ora non più e riprendere un ritmo fisiologico non è uno scherzo, l’esperienza traumatica di non possedere un codice linguistico condiviso socialmente per parlare di questa esperienza come di tante altre esperienze luttuose riuscendo a trovare sostegno là fuori. Un trauma dietro l’altro, che non possiamo dire, perchè sennò vuol dire che sei più debole delle nostre nonne (queste figure mitiche, ridotte a propaganda come ritratto delle veredonnediunavolta).

Parlare di aborto spontaneo non si può, quasi mai e quasi da nessuna parte (se non per tirare fuori il cartonato della donna “attempata” che cerca una gravidanza quando è troppo tardi perchè ha dimenticato l’orologio biologico da qualche parte, distrattona!).

Parlare degli effetti traumatici dell’aborto spontaneo non si può, quasi mai e quasi da nessuna parte (se non per dire che le nostre nonne erano più forti e si tenevano tutto dentro, col sorriso sulle labbra, o per dire che se continuiamo a pensarci troppo rischiamo di non rimanere più incinte).

Parlare apertamente di quanto costa emotivamente desiderare un figlio e non sapere se lo avrai, non si può, quasi mai, e quasi da nessuna parte.

O meglio: si possono dire, tutte queste cose, sapendo che appena verranno dette, arriverà qualcun*, spesso con il camice, con la laurea in psic* e/o con 4 figli belli che cresciuti a spiegarci dove sbagliamo e come invece dovremmo reagire.

Cosa dovremmo pensare del nostro desiderio che si è incarnato per una manciata di settimane soltanto e come “voltare pagina”.

Per tutti questi motivi (e per le testimonianze che stiamo raccogliendo con lo studio Instant da quattordici mesi, che fanno gelare il sangue per l’arretratezza culturale sul tema) è quantomai opportuno parlare di aborto spontaneo con le donne che sono portatrici di questa esperienza.

Dare spazio alle centomila donne italiane che ogni anno cercano una gravidanza e devono confrontarsi con uno o più aborti spontanei è necessario, anche e soprattutto l’otto marzo.

Dare spazio a queste esperienze permette di abbattere il tabù sulla salute e i diritti riproduttivi delle donne, ma permette anche di combattere lo stigma sociale nei confronti della donna che “non può avere figli“.

Essere childless oggi in Italia significa non esistere.

E invece, migliaia di donne ogni giorno portano questo peso da sole, guardate quando va bene com compatimento, quando va male umiliate (perché sono vecchie, perché sono grasse, perché sono troppo giovani, perché piangono, perché hanno già altri figli e quindi di che si lamentano, perché hanno una patologia di base e quindi se lo dovevano aspettare).

Sono onorata di poter ospitare la testimonianza di Chiara, che ci racconta la sua esperienza

Ciao CiaoLapo, ciao donne, ciao uomini.
Sono Chiara, ho 28 anni e vorrei essere mamma, insieme a Christian, il mio compagno di vita, di lavoro e di sofferenza.

Io sono sana, ma qualche anno fa ho scoperto di avere una malattia autoimmune antipatica e cattiva: la connettivite indifferenziata. Questa robaccia, però, non mi ha mai fermato. Sono sempre stata piena di energia e voglia di vivere la mia giovinezza, per poi un giorno potermi dedicare ai miei bambini, che da sempre sogno di avere. Io e Chri abbiamo sempre avuto una vita zingara. Abbiamo vissuto in Spagna, in Africa, in Costa Rica, in Romania, abbiamo viaggiato in lungo e in largo lottando per cercare di aiutare gli animali (che sono la nostra missione da dopo la laurea). Poi abbiamo deciso di fermarci e di costruire il nostro nido. Viviamo ora alle porte di Torino, in mezzo ad un bosco dove abbiamo la nostra cascina e la nostra bambina pelosa a 4 zampe.

Durante il primo lockdown, a marzo scorso, la meravigliosa notizia che dopo solo 3 tentativi, ero incinta.

La sorpresa, l’emozione. Camminavamo sopra il cielo, le stelle e gli astri. E i nostri genitori con noi. Nell’ingenuità della prima volta. Ricordo ancora l’emozione della prima ecografia. Mi ero vestita di tutto punto, tutta rosa con una lunga treccia di lato. Mamma e Christian con me. Mi tremava l’anima e non vedevo l’ora di conoscere la mia creatura. Prima ecografia, non si vede niente. Riproviamo tra una settimana. Niente ancora. E poi ancora niente. Dopo 4 ecografie di buio la diagnosi: uovo chiaro. Lo sconforto. La delusione. La paura. Perchè? E poi la pillola RU. Il maledetto ospedale con i suoi medici insensibili. La mancanza di umanità. Essere un numero e non una persona. I crampi, il sangue misto alle lacrime. Ci riproveremo, non fa niente. Ho i traumi, piango. Ma ce la faremo. Insieme.

5 gennaio 2021: test di nuovo positivo, dopo pochi mesi di tentativi. Che meraviglia. Di nuovo. “Sì ok, ma piano questa volta ad illuderci ok? Non diciamolo a tutti come l’altra volta!”
Attendiamo con ansia la prima ecografia. Questa volta sono in cura dal super mega ginecologo esperto del reparto di gravidanze a rischio dell’ospedale.
L’emozione, l’ansia, la paura di trovare di nuovo quell’ecografia nera. La paura che quella camera gestazionale fosse vuota. Ma no! Il battito c’è. E pure il feto. Voliamo di nuovo sopra le nuvole. “Questa volta ce l’abbiamo fatta amore. Aspettiamo marzo che finisce il trimestre e poi finalmente tiriamo un respiro di sollievo.”
Due giorni dopo inizio a non avere più male al seno. Che bello, non ho nemmeno più nausee. Mah…un po’ mi stranisce la cosa… “Chri, dovrei chiamare l’ostetrica del consultorio?”  “Ma no. Tranquilla. Anzi, meglio”
Due giorni dopo inizia a tornarmi la libido, fino ad allora completamente sparita, e non ho più gli sbalzi di caldo e freddo delle settimane prima.
“Buongiorno ostetrica, mi scusi ma io non ho più sintomi, sto incredibilmente bene… tutto ok? Posso fare un’eco?”
“Chiara, non capisco la domanda. In gravidanza si sta bene! Stai tranquilla e viviti la gravidanza senza ansia”
Mia mamma, le mie amiche…tutti mi dicevano la stessa cosa: “Dai Chiara, che palle. Che ansia che hai. Vivi serena!” Mi sentivo pazza. Ascoltavo il mio corpo come ci hanno sempre insegnato a fare, e sentivo che c’era qualcosa che non andava. Lo sentivo. Così come mi sentivo che ero incinta, senza bisogno di fare il test, un mese prima.
Ma no. Sei solo un’ansiosa e queste paure non esistono.

Venerdì mattina una lieve e quasi trasparente perdita rosa chiaro.
“Chri, guarda…” 
” Ma basta Chiara! Non è niente!”
No, non mi piace…così vado al pronto soccorso.
Triage, pretriage e infermiera: “Signora, saranno perdite di impianto. Tranquilla. Le facciamo comunque un’ecografia di prassi, ma stia serena”
Entro in sala ecografia.
“Mi spiace signora, non c’è più battito. Si rivesta e le spiego la procedura””La so già la procedura, è la seconda che mi succede” Avrei voluto ridere. Ridere, urlare e rompere tutto. Mi veniva solo da ridere.
Una spada aveva trafitto il mio cuore e dentro di me c’era solo un pensiero “Lo sapevo. Me lo sentivo. Io lo sapevo. Scusa, bambino mio per non averti ascoltato. Io lo sapevo”. Era di 7 settimane. Poche, fragili, 7 settimane. Intanto ti si annebbia la vista, ti gira la testa, le gambe tremano. No, non di nuovo. Non di nuovo. Non di nuovo.La tua mente ripete questa frase in loop, mentre ti rimetti quegli slip maledettamente sporchi di sangue.Questa volta ci speravi. Ci credevi. Questa volta avevi fatto tutto il possibile, tutto giusto. Avevi preso tutte le medicine che ti avevano dato i super medici esperti.Cos’è che non ha funzionato?Il tuo corpo, donna. Il tuo corpo non riesce a tenere quel cuore dentro di sè, nonostante i tuoi sforzi.Il tuo corpo non funziona. E’ questo il pensiero che soffoca la mente. “Non funziono”.

E cosa c’entra questo con l’8 marzo? Con la festa delle donne? C’entra che mai, mai in vita mia io ho ricevuto tanta violenza come in quei momenti. Quando lì, distesa, impotente, con le lacrime agli occhi, non sei una persona, una donna, una madre. Sei un numero. “Sà, una è andata. Avanti l’altra. Veloce” Dice il medico all’infermiera, una volta finita quella mia rapida e sbrigativa ecografia maledetta.

Mentre scrive il referto davanti a te, pallida e shockata, il dottore ridacchia con la collega, come se fossimo alla posta e mancasse solo il francobollo, mentre ti stampa la ricevuta del pacco appena spedito.

La violenza ostetrica esiste. La violenza medica esiste. Da donne, da uomini, da quegli operatori sanitari che dovrebbero accompagnarti in questo lutto e che quello che fanno è solo ripetere un copione in modo freddo, distaccato, quasi scocciati. Non un “mi dispiace”, non un sorriso, una carezza sulle spalle, non una parola di conforto. E tu lì, hai mille domande ma la voce non esce e te ne vai, vuota. Sola.”Sei giovane, dai dai, sii forte che la prossima volta andrà meglio” questo è quello che il mondo ti sa dire, quando esci da quell’ospedale con un foglio di carta, e ci eri entrata con tuo figlio in grembo. Allora abbozzi un sorriso, mentre la gola ti brucia dal dolore.

Ed ecco che questo 8 marzo lo dedico a tutte quelle donne che hanno sentito quella frase. Questa festa, a tratti ipocrita, la dedico a tutte le mamme che non lo sono state, non lo sono più, o che non lo possono essere. A tutte le donne che si sentono difettose. Questo 8 marzo, tra violenza domestica, femminicidi, donne nella scienza, donne in politica, donne che cambiano il mondo…io lo voglio dedicare a tutte le donne che si sono sentite sole in quel momento, quando accovacciate nel letto, il loro petto è sprofondato.

No donna, non sei sola. Dell’aborto spontaneo si parla poco. Si parla poco del male che fa, della poca empatia che c’è, della violenza ostetrica, del pianto dei bambini appena nati nella stanza affianco mentre tu stai pisciando il tuo nel cesso. Si parla poco di quanta violenza ci viene fatta.

Come se “tanto poi passa”.Ma non passa. E la paura ti tiene sveglia la notte. Paura di non poter essere più mamma. Paura di essere sbagliata. Ma i giorni passano. A volte ti tocchi la pancia, come d’abitudine. Una lacrima scende, poi sorridi e ti dai forza da sola, cercando di non odiare il mondo là fuori, dove chiunque e ovunque ti spiattella in faccia quello che vorresti essere e che non puoi. Non ora.


Ora sono qui, sul letto, con il sangue e le lacrime di nuovo. 
Lacrime diverse però. Lacrime di paura. 
Sarò mai mamma? Questa maledetta connettivite mi permetterà mai di essere mamma? Inizio a cercare associazioni per l’adozione intanto.
Ti chiedi se ti basterà mai, però, un bambino -non tuo-
Ti chiedi se ti basteranno i cani.
Ti chiedi se Christian si merita una donna difettosa.
Ti senti difettosa. Se fosse per madre natura, io senza eparina e cardioaspirina non sarei mai mamma. Non mi nascondo dietro questa cosa. 
Voglio affrontare questa malattia. 
Mi iscrivo a gruppi Facebook dove altre mamme con malattie autoimmuni mi dicono che dopo 3,4,5 aborti ora abbracciano i loro bambini e questo mi da forza.
Non mi voglio arrendere. Finchè il corpo mi darà energia io voglio farcela.
Per me, per Christian. Per noi.

Ma ho paura.
Ho paura del prossimo test positivo. Cosa sarà di me e delle mie ansie? Al primo mattino senza nausee correrò all’ospedale perché l’ultima volta avevo ragione? Come vivrò la gravidanza? In allerta come se stessi camminando in savana tra i leoni? Come vivrò le ecografie? 
Voglio essere mamma, ma voglio essere una mamma serena e sana. Saggia e consapevole. Invece ora mi sento solo una donna fragile e ansiosa.
Buon 8 marzo, donna. Non sei sola.

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