Puoi ancora essere felice, mamma

by Claudia Ravaldi

La nostra storia inizia quasi 5 anni fa…sono volati, letteralmente volati.
Mi chiedo se avessi iniziato prima a cercare un figlio chissà…tra una settimana ho 35 anni e sento il ticchettio dell’orologio, tic tac “non hai più tempo Lorena”.


Credevo sarebbe arrivata subito la gravidanza nel momento in cui l’avrei deciso, ma non fu così.
Fai un salto dal ginecologo, inizi coi rapporti mirati ,e passano i mesi….temperatura basale ,stick dell’ovulazione, e passano i mesi….i primi esami e inizi con leggere stimolazioni ormonali ,cicli di clomid, e niente.
Te li ricordi tutti i nomi dei farmaci, indimenticabili, leggi tutto, ti fai una cultura, diventi il medico di te stesso.
Passa un anno e si apre così la porta della PMA, quando ci dicono “dovete rivolgervi a un centro per l’infertilità”.


Che parola, orribile! Potrebbe benissimo chiamarsi inferNAlità.


Ti ritrovi catapultato in una realtà fredda, dove viene medicalizzato tutto, dove ci si preoccupa dello spessore del tuo endometrio, di quanto producano le tue ovaie, del numero di follicoli ma non di come ti senti dentro, di come vivi questo fallimento.

Tutto si riduce a una catena di montaggio, ti bombardi di punture in pancia, vai, prelevano e rimettono.
Ti attacchi alle tue piccole blastocisti se hai la fortuna di produrle…e già vedi li il tuo bimbo.
Quanto ci ho sperato, ma con me non ha funzionato. Beta a 0 la prima volta ,0.5 la seconda e 0.16 la terza, li so a memoria questi numeri.
3 FIVET fallite, un’isteroscopia dove mi tolsero aderenze e endometriosi…questo è il mio pacchetto.
Nel frattempo i mesi diventano anni e mi ritrovo a settembre 2019 stanca e demoralizzata…più si va avanti e meno ci credi.
Sul lavoro era sempre più dura, mi sentivo giudicata, mi sentivo non capita e umiliata per il fatto che non riuscissi ad avere figli.
Le donne a volte sanno essere perfide e le nemiche più grandi delle donne stesse: questo era il mio caso.
Ero molto stressata, tutto andava a sommarsi a una tensione che già si ha in un percorso di PMA.
Ogni visita, ogni pick up, transfert e operazioni erano motivo di ansia enorme.


Arrivò marzo, il covid e il lockdown, passai 2 mesi a casa dal lavoro e puf, rimasi incinta naturalmente.
Guardai quel test tutta la mattina, riguardai le istruzioni, guardai su google se avessi letto bene il risultato e lo riguardai di nuovo e ancora di nuovo.
Non potevo aspettare che il mio compagno tornasse dal lavoro alla sera, ero fuori di me dalla felicità…gli mandai una foto del nostro cane, mio figlio peloso, con un cartello che feci io a mano e ci scrissi
“papà, avremo un bambino nostro”
Dio quanta felicità tutta insieme, tutta di colpo.
Increduli, ci avventuriamo in punta di piedi in una magia che non avevamo mai provato.
La paura c’è sempre per chi ha vissuto la PMA, e inizio a rilassarmi intorno al 5 mese, ma ancora non compro nulla, ho paura.


Nel frattempo dedico tutto il mio tempo alla mia passione, creare decorazioni, creare allestimenti per matrimoni e compleanni.
Avevo tutto ciò che desideravo, sembrava che tutto si stesse mettendo in fila, la maternità e il mio progetto lavorativo, pensavo che forse finita la maternità avrei potuto cambiare lavoro.


Ero felice, felice come non lo sono mai stata.


Ero al sesto mese, arriviamo al settimo e ormai pensi “manca poco tra un po’ ti conosceremo”, “finalmente ce l’abbiamo fatta”
E invece, mi sveglio il 24 ottobre 2020 e senza darci più di tanto peso dico al mio compagno:
“Non sento l’Emilia”
così si chiama, l’amore mio.
“Non la sento da ieri, provo a mangiare un po’ di cioccolato”
Si muoveva sempre tanto la mia bambina, era scatenata.
Niente…non sento niente.
Ci rechiamo in ospedale, avevo un presentimento, ho fatto tutto il viaggio in macchina piangendo disperata.

Tutti mi guardavano, nessuno parlava, entravano nella stanza allibiti…e poi le parole che non vorresti mai sentire:

“Non c’è più battito”

Bum, una bomba, un’esplosione.
Quanto avrei voluto morire in quell’istante, volevo solo seguirla, avevo perso tutto, tutto, tutto.
Ero congelata, mi sembrava mi avessero steso sotto un camion, gonfiata come un pallone fino a quasi esplodere e messa in una lavatrice a 1200 giri.
Io ero completamente morta, immobile, alienata.
Guardavo Mirko piangere disperato e io non c’ero, ero morta.

Mi inducono il parto e la mia meraviglia nacque il 26 ottobre 2020 alle 7.48,a 29+6 ,mi voltai verso la finestra, il cielo era rosa e la luce entrava dalla finestra, io tenevo in braccio mia figlia e sentivo il calore del sole sulle mie gambe spalancate, in quel letto di sangue e lacrime.
Era il giorno più brutto della mia vita ma non versai una lacrima, avevo un sorriso stampato in faccia, la guardavo, era stupenda, e io sorridevo come una matta…guardavo il papà di Emilia che era in lacrime e gli dicevo “guarda amore è uguale a te, ha il tuo naso, i tuoi occhi”
Sarebbe stato tutto perfetto, se tu fossi viva Emilia, se ti avessi sentita piangere, oh quanto sarebbe stato bello, chissà com era la tua voce.
Restammo con lei quasi un’oretta, la vedemmo scomparire x sempre dentro una vaschetta chirurgica tutta rannicchiata perché non ci stava, per poi essere coperta da un telo verde.
Era già una bimba pronta alla vita, perché? Perché!!?!


E poi il buio totale.
Di notte i neonati piangevano, il mio seno produceva latte per la mia bimba che non c’era. Sembrava un incubo.
Quattro giorni passammo in ospedale, ci sembrarono 3 mesi.
Tornammo a casa e li cominciò l’inferno.
Andammo a registrare la sua nascita e la sua morte in comune, andammo a scegliere l’urna per la cremazione e decidemmo che l’avremmo portata a casa con noi.
Nessuna cerimonia, ero talmente arrabbiata che se ci fosse stato un dio o chi per lui, l’avrei sfidato con tutta l’ira che una madre svuotata può avere.


Passavo le mie giornate tra il letto e una sedia a dondolo a piangere, a piangere, a piangere.
Mi sembrava di impazzire, non riuscivo a mangiare, a dormire, non riuscivo a leggere senza distrarmi, non potevo stare attenta alla trama di un film perché mi perdevo, la mia testa andava ai 3mila all’ora, non si fermava mai, pensavo solo alla mia bambina e a quei giorni in ospedale.


Ripercorri ogni secondo ,ogni istante dai giorni prima a quelli in ospedale.
“Ho fatto qualcosa?”
“Ho spostato il passeggino”
“Mi sono spaventata con un insetto che mi è volato addosso”
Macinavo pensieri assurdi.
“Ho ucciso mia figlia”
“Non ho protetto mia figlia”
“Sono una fallita”

Colpe, solo colpe.
Mi guardavo allo specchio ,senza pancia ,col seno svuotato e mi facevo schifo ,non mi riconoscevo, non riuscivo a toccarmi il ventre, non ero io, c’era qualcosa di sbagliato, era tutto sbagliato.
Pianti, urla, grida…mi strappavo la pelle dalla rabbia…mentre Mirko non sapeva più cosa fare per salvarmi, soffriva per aver perso una figlia ma soffriva anche perché io non volevo essere salvata.
Volevo solo scomparire.


“Non ce la faccio più, io non voglio morire con te” mi disse.
Mi resi conto di quanto fossi egoista ,anche lui stava soffrendo ma non poteva soffrire perché doveva preoccuparsi per me, gli stavo negando il lutto di sua figlia.
Non potevo rischiare di perdere anche lui ,non potevo ,dopo tutto questo, non poteva finire così.
Iniziammo un percorso psicologico, che tutt’ora per me sta continuando.
Capii che il nostro dolore era dolore, ma era diverso e che avevamo tempi diversi, dovevamo solo rispettarci.
Il dolore ti unisce o ti distrugge.
E noi ci siamo uniti, ci ripetiamo che se sorpassiamo questa ,siamo invincibili…che non tutti hanno quello che abbiamo noi, un angelo che ci sta vicino e che ci aiuta.
Tornai a dare una mano nel negozio di due amiche fioriste, spinta da loro e da Mirko…per distrarmi.
La giornata volò e mi sentivo in colpa perché x qualche minuto non pensai a mia figlia.


La mente gioca brutti scherzi: ti convinci che se non la pensi non la rispetti e la dimentichi.
Ma è impossibile, non si può dimenticare un figlio.


Passa una settimana, due e io inizio a provare piacere a creare le composizioni di fiori, fare le decorazioni di Natale, allestire il negozio, mi faceva bene, risentivo le sensazioni che avevo sempre provato prima.
Andavo in negozio anche se in realtà non ce n’era bisogno, se la sarebbero cavata benissimo anche senza di me, ma loro lo facevano per me, per tenermi occupata, per tentare di farmi ridere.


Non le ringrazierò mai abbastanza, perché è da lì che è iniziato tutto.
Un giorno mi svegliai e dissi “devo fare qualcosa per l’Emilia”.
Ne parlai con le mie amiche fioriste, sante donne che sono state dietro a tutte le mie pazzie!
Decisi che avrei creato una raccolta benefica ,indirizzata a Ciaolapo ,che dal giorno dopo il parto fu presenza costante per me.
Aiuti e consigli da altre mamme che ci erano passate prima di me erano pane quotidiano e sono stati fondamentali per non farmi crollare.


È così presi dei cuori di legno che avrei poi personalizzato a mano con il nome di chi li desiderava, era quasi Natale e qualcuno avrebbe potuto fare un regalino, facendo anche un bel gesto ,pensai.
Lo scrissi sui social per far sapere della mia iniziativa ,spiegai che il ricavato sarebbe andato interamente all’associazione e che questo per me era il regalo che avrei voluto fare a mia figlia.


Presi 50 cuori, credendo di poterli vendere a qualche amica o conoscente del paese.
Me ne hanno ordinati quasi 800.
L’Emilia ha viaggiato da Nord a Sud per tutta l’Italia, l’Emilia è una bambina speciale e io volevo che lo sapesse il mondo intero.

Un fiume di solidarietà, mamme che mi raccontarono la loro storia, donne che non l’avevano mai raccontata a nessuno si sono aperte con me.
Ero senza parole, quanto amore anche attraverso uno schermo del telefono.
Sentivo la mia bambina, era lei che mi stava dando tutto questo, voleva aiutarmi.


Nel frattempo la mia creatività tornava, come se fosse stata strozzata dalla tristezza, credevo di aver perso tutto, anche me stessa, i miei progetti di vita, la voglia di cambiare, di realizzarmi…le cose che in gravidanza si erano allineate, io credevo di averle perse tutte.
Ma l’Emilia era lì, in quei cuori, in quel mazzo di fiori, in quelle decorazioni di Natale, in quell’allestimento di palloncini, in quell’argilla, in quella carta, in quella pittura ,in quel disegno…ogni cosa che creavo era lei che mi diceva “mamma puoi ancora essere felice

È così un giorno ti svegli e ti senti meno in colpa se hai sorriso.
Un giorno ti svegli e piangi di meno.
Un giorno ti svegli e pensi con dolcezza a tua figlia.
Un giorno ti svegli e ti dici, non può finire così, te la meriti la felicità.
È così, oggi sono alla ricerca della felicità.
E inizio dal lavoro, mi licenzio in piena pandemia dopo quasi dieci anni in uno studio dentistico, per realizzare il mio sogno lavorativo, quello che mi ha salvata in questi mesi.
Nessuno si salva da solo è vero, ma a me piace pensare che sia stata mia figlia a salvarmi, a indicarmi la strada del sentirmi, dell’ascoltarmi, dell’amarmi.


La morte di un figlio ti cambia, ribalta tutto il tuo mondo e te lo fa vedere da un’altra prospettiva…è forse questo il regalo che ci fanno i nostri piccoli angeli, ci regalano un potere…un potere che non tutti possono avere, quello della più pura resilienza.

Lorena, Mirko ed Emilia

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2 comments

Maria Chiara Capacci 19/04/2021 - 11:35

Io ho perso Serena intorno alla tua stessa età gestazionale…la partorii in quella stanza di ospedale da sola e non ebbi il coraggio di guardare, me ne sono pentita, ho però conservato tutte le ecografie, mi mancano i suoi calci, mi manca da morire. Vorrei riprovare, ma ho il vaccino contro il Covid e sono costretta a rimandare.

Reply
Lorena 16/06/2021 - 14:46

Anche io mi pento di non aver fatto una foto di mia figlia…ma non possiamo colpevolizzarci.
Loro vivono in noi.
Ti abbraccio

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