H_Air Rinascere, attraversando il lutto

by Claudia Ravaldi

Ho incontrato Yana qualche mese fa. O meglio, lei mi è venuta a cercare, mi ha scritto, per parlarmi del suo progetto. Ci siamo ritrovate tra le righe, rispettose, gentili, piene di significato che ci siamo scambiate. Ho subito amato le parole, le idee, le fotografie del progetto H_Air. Ho amato il modo di rinarrare un’esperienza di vita che si vorrebbe rendere indicibile, inconsistente, inesistente. Il progetto di Yana dà voce a questa esperienza di attesa e perdita. Esperienza che è stata mia, che è vostra.

In questi giorni è partita la campagna di crowfunding per stampare il libro di Yana. Abbiamo selezionato questo progetto come progetto culturale 2020 per la sensibilizzazione sul lutto perinatale, e speriamo che molti altri lo sostengano con noi con un piccolo contributo. Non vediamo l’ora di poter far conoscere a tutte le donne questa storia di Yana, che è storia di tutte.

Nell’attesa di concludere la campagna e vedere stampato il libro, ho chiesto a Yana di parlarci un po’ di lei e della sua storia.

Parlaci un po’ di te: qual è stato il tuo percorso?

Sono nata in Bulgaria e all’età di tre anni ci siamo trasferiti in Italia, dove sono cresciuta e mi sono formata. Da qualche anno mi sono trasferita in Germania, dove ho conosciuto il mio attuale compagno, riuscendo a tornare però spesso nel mio paese italiano, anche per lunghi periodi.

Il mio percorso artistico è nato con la danza e l’ho approfondito studiando Arti Performative all’università di Roma. Mi sono specializzata nel Teatro Sociale e ho avute diverse esperienze lavorative in progetti sociali, interculturali, educativi e riabilitativi, attraverso il teatro, la danza e l’espressione corporea.

Da diverso tempo mi sento in una fase di transizione, attraversando un periodo di stasi e di incertezza, riguardo alle mie scelte soprattutto professionali. Sono in cerca…

Raccontaci qualcosa sulla tua attesa.

L’arrivo di Anton è stata una sorpresa. Non stavamo programmando di diventare genitori. Io ero concentrata su me stessa e in parte disorientata da alcune scelte di vita, in cerca di una realizzazione personale. La gravidanza ha dato, in qualche modo, un senso a me stessa, come persona, nella costante domanda di chi sono e cosa faccio. Da quel momento in poi sapevo… sono madre.

Ho pensato spesso che questo ruolo aveva già dato troppa responsabilità al mio bambino, come se fosse arrivato per “salvarmi”, diventando il centro del mio mondo e futuro.

Dai primi mesi, avevo iniziato un piccolo diario di bordo, dove annotavo pensieri, filosofie e punti di vista su modi di vivere la vita, rispettando e amando ciò che ci circonda e non avendo giudizio o paura, con l’idea un giorno di donarlo a lui e la speranza che gli fosse stato utile per orientarsi nel mondo.

Nell’ultima fase della gravidanza abbiamo attraversato momenti di grandi cambiamenti e di indecisioni. Cambiare città, cercare un nuovo appartamento, organizzarsi economicamente, decidere dove partorire (se in Italia o in Germania). Decisioni che andavano prese nell’immediato, creando incomprensioni tra me e il mio compagno e situazioni stressanti, ma agli sgoccioli abbiamo trovato nuove soluzioni, una sistemazione e un’armonia tra noi.

Grazie ad Anton ho aperto gli occhi e scoperto la pura bellezza e armonia che esiste in ogni cosa e le complicazioni, che la vita ti pone davanti, si sono affievolite, ogni giorno più vicino al momento di averlo con noi.

Per me non esistono parole che possono descrivere le sensazioni profonde e viscerali di vivere la transizione da essere uno a diventare due ed essere due in uno, inscindibili in un corpo pieno.

Un privilegio che solo il legame madre-figlio può donare. All’inizio è solo un’idea o un’immagine microscopica indefinita, eppure già così presente, fino a quando tutti i sensi si svegliano e ho iniziato a sentire, a conoscere lui dentro di me.

In tutti quei mesi mi sono fermata, nonostante il mio corpo era in costante cambiamento, per  assaporare i momenti intimi di una relazione che nasceva dentro di me, con chi ancora non si conosce, avendo solo la possibilità di immaginare e programmare, con il cuore in fremito per il giorno dell’incontro e del contatto. Una relazione che custodisco gelosamente nei miei ricordi e che condivido solo con lui, seduta ad occhi chiusi accanto al suo albero, un giovane faggio.

Il processo creativo oltre ad essere un metodo per elaborare il lutto, in che modo è stato anche un canale di contatto e di relazione con Anton?

Il processo fotografico è stato l’incipit di un percorso terapeutico, enfatizzatosi nell’unione con il testo, come modo per colmare o posizionare il vuoto improvviso.

Trovare come le parole dei miei pensieri risuonano nelle immagini del mio corpo è stato il fulcro nel passaggio dal trauma alla resilienza.

Un giorno ho provato a sperimentare il Selfie in movimento, durante il periodo di quarantena, in un tempo di sospensione, quando non si poteva altro che “stare”. Questa immagine dello “stare” mi ha fatto riflettere. Io “stavo” già da diversi mesi nel dolore e in parte lo percepivo sbagliato, invece di reagire (come si usa dire). Ma allora, per la maggior parte delle persone, “stare” era diventato un obbligo. Così per andare ancora più nel profondo, per attraversare e trasformare il dolore, ho scelto di stare nel disagio. Avere un’esperienza che mi comportasse disagio.

Ho sempre avuto uno sguardo critico verso il selfie e chi sceglie di mostrarsi tramite questo.

Ho sempre provato disagio nel mostrarmi. La necessità di scattare me stessa è nata da questa emozione e condizione. Con lo scopo di renderla catartica.

La creatività ha certamente un ruolo centrale, nella sua espressione così spontanea, perché mi porta a guardare verso la vita, restituendomi il senso vitale – attraverso una sublimazione dei pensieri, come trasformazione da uno stato solido e pesante a uno stato leggero e aeriforme – senza cedere al senso di morte che trascina giù e àncora nel buio. 

Nei giorni immediati alla perdita di Anton e nelle settimane e mesi seguenti, scrivere è stato l’unico modo, che sentivo rimastomi, per non dimenticare, per tenere impresso ogni dettaglio del prima e del dopo… ogni odore, sapore, dolore, reazione del corpo prima e durante il parto.

Per non perdere Anton di nuovo.

Con il tempo ho capito che doveva ancora nascere qualcosa.

Le pagine create vivono di Anton e della sua energia vitale, in ogni parola, forma e colore.

Lì il mio corpo svuotato si riempie di nuovo, in una dimensione trascendentale, dove il contatto e il dialogo con mio figlio non ha limiti.

In questo modo imparo ad accogliere il suo passaggio nella mia vita e a lasciarlo andare al suo percorso, che va oltre la mia realtà, ma sapendo che ci sono modi e luoghi dove posso sempre ritrovarlo.

Come si inserisce simbolicamente il soggetto dei capelli?

I capelli sono messaggeri diretti del nostro corpo e del nostro stato d’animo, oltre ad essere i rappresentanti del nostro aspetto estetico. Sono uno dei nostri modi di comunicare. Sono il legame con il primo chakra. In alcune culture sono considerati strettamente legati alla spiritualità, simbolo di forza e di sessualità, con un ruolo nei riti di passaggio e di stregoneria, come canale di energia vitale. Assumono diverse simbologie anche nel lutto, vengono tagliati, lasciati incolti o coperti.

Li ho scelti per tutti questi motivi e anche perché nel mio lavoro sono diventati, di loro spontanea volontà, il protagonista e, allo stesso tempo, l’artista capace di creare delle interessanti opere astratte, se catturati nell’istante del movimento.

Pensi che questo libro possa ispirare le donne che hanno vissuto la tua stessa esperienza?

Lo spero con tutto il cuore. Non solo per le donne, ma per gli uomini, i padri e anche i nonni.

C’è molto non detto e sfortunatamente molto tabù intorno a esperienze simili. C’è una tendenza implicita nel mantenere il silenzio. Se non ne parlo o non ne sento parlare non mi può accadere. Oppure ci si confronta con lo stereotipo del “Ti è accaduto, peccato”, quello del “trascorso un tempo relativo di tristezza, ora volta pagina e riprendi la tua vita”, quello del “impegnati più che puoi, così la testa non pensa”, fino al “ma non stateci tanto male, siete giovani ne farete presto un altro”.

Quello che vorrei trasmettere con questo lavoro, che è nato autenticamente, è proprio la libertà che ha ognuno, con un bagaglio come questo (ma non solo), di dirsi, di farsi parola o immagine o suono o movimento. Di credere che è possibile raccontare il dolore, la tristezza e il vuoto, profondamente vissuti, attraverso la bellezza, con espressioni e parole Altre.

Che cosa desideri per il tuo prossimo futuro?

Sto iniziando a sognare di trasformare questa raccolta in un lavoro performativo.

Portarlo in scena come Solo, attraverso il linguaggio del teatrodanza.

Attraverso lo stesso linguaggio, mi piacerebbe riprendere il lavoro di conduzione di un laboratorio e dedicarlo all’elaborazione del lutto, rivolgendolo in particolare alle donne.

Ma il mio desiderio più grande resta quello di essere di nuovo mamma.

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