La forma del vuoto: poesie per attraversare il lutto

by Claudia Ravaldi

Ho intervistato Federica Attanasi, autrice di “La forma del vuoto”, una raccolta poetica di parole e immagini sul lutto perinatale.

Scrivere è stato il mio modo di respirare dentro il vuoto. Dipingere, il mio modo di dargli colore.

1.Ciao Federica, ci racconti come è nato il tuo libro?

Mesi fa ero incinta del nostro secondo bambino.

Lo abbiamo cercato e desiderato a lungo e sapere di aspettarlo ha riempito tutti e tre di una gioia infinita.

Poi durante una visita abbiamo saputo che non sarebbe potuto nascere e il nostro mondo è crollato.

Insieme abbiamo rimesso insieme i pezzi, abbiamo condiviso il dolore, io mio marito e mio figlio.

Dopo la maternità interrotta, mi sono trovata davanti a un vuoto che chiedeva ascolto e provavo mille emozioni confuse: solitudine, senso di colpa, di inadeguatezza, paura di dimenticare.

Da sempre ho cercato le risposte alle mie domande nei libri e così ho fatto anche in questa occasione: ho letto Piccoli principi: attraversare il lutto perinatale. Non è stato risolutivo certo, ma grazie a questo libro ho iniziato lentamente a riconoscere che il mio dolore aveva dignità. È stato il primo passo per accettare quanto accaduto. Il primo passo per fare pace con me stessa, per accogliermi.

Contemporaneamente ho ripreso a dipingere, attività che mi fa stare bene e che pratico da anni, ma che avevo smesso di fare quando mi sentivo smarrita. Ho iniziato a scrivere le poesie di questo libro. Scrivevo per me, nel mio diario, per tirare fuori le mie emozioni, per analizzarle, per alleviare la paura di dimenticare.

Scrivere e dipingere sono stati gesti di cura, modi per respirare e trasformare il dolore in qualcosa che potesse essere accolto.

La forma del vuoto non è stato un progetto pensato a tavolino, ma un’urgenza: dare forma all’ombra per attraversarla. Doveva essere qualcosa di privato, mai avrei pensato di far leggere le mie poesie. Poi ho ripensato a quanto mi avesse fatto bene leggere Piccoli principi o altri libri “che fanno bene” come Nessuno sa di noi e ho pensato che forse anche il mio piccolo contributo potrebbe aiutare qualcuno ad affrontare la sua perdita. Così ho preso in mano tutto quello che avevo scritto e dipinto, li ho organizzati nel modo che pensavo potessero rappresentare il mio percorso di elaborazione del lutto e ne ho fatto un libro.

2. Ci racconti brevemente di cosa parla?

La forma del vuoto è una raccolta di poesie e acquerelli che racconta il mio percorso di elaborazione del lutto perinatale. Si articola in tre sezioni: la prima è il tempo del dolore crudo, della maternità interrotta; la seconda è un diario che si affida ai colori per dire ciò che le parole non bastano a esprimere; la terza è il presente, il tempo della quiete ritrovata, della luce che a poco a poco torna. Non offre risposte, ma spazio: per ascoltare, per restare, per trasformare.

3. Se dovessi raccontare il cuore del tuo libro scegliendo un’immagine tra quelle che hai dipinto o una frase tra quelle che hai scritto, quale sceglieresti? Perché?

Sceglierei l’acquerello e la poesia Io, vuoto, Nascosta tra l’erba e Alba.

Io, vuoto perché rappresenta il momento in cui ho smesso di combattere il vuoto e ho iniziato ad accoglierlo. È lì che il dolore ha trovato una forma e la vita ha ripreso a scorrere. In quelle parole e in quei colori c’è la consapevolezza che anche il vuoto può diventare casa, che non va riempito di qualcosa, ma che va accolto e farà parte della nostra vita.

Nascosta tra l’erba perché descrive la vulnerabilità, ma anche capacità di resistere al dolore.

Infine Alba è un inno alla vita che ricomincia, anche se diversa da quella immaginata.

Queste tre immagini raccontano il mio percorso: dall’accoglienza del vuoto, alla resistenza silenziosa, fino alla rinascita.

4. Ci sono delle parole che, mentre scrivevi il libro, sono tornate più volte? E altre che invece, hai scelto di lasciare da parte, di non dire? Perché?

Sono tornate spesso parole come “vuoto”, “luce”, “ombra”, “respiro”, “casa”, perché erano il cuore della mia esperienza. Ho evitato termini clinici, spiegazioni razionali o giustificazioni, perché volevo che il dolore restasse autentico, senza essere ridotto a un concetto. Ho scelto di lasciare spazio alla verità emotiva, anche quando era scomoda. Una parte di me quel giorno è andata via con lui e non potevo ridurre il mare che si muoveva dentro di me ad una definizione clinica. Ho amato il mio bambino, anche se non l’ho mai tenuto in braccio, l’ho tenuto al sicuro fin quando ho potuto, poi l’ho lasciato andare affrontando la decisione più difficile della mia vita.

5. Il fare poetico e l’espressione artistica possono trasformare il percorso di elaborazione del lutto? Se sì, come?

Sì, profondamente. Creare è un gesto di cura, mezzo per analizzare, capire, elaborare le proprie emozioni, ma anche per chi le osserva, le legge, le vive. La poesia e la pittura non cancellano il dolore, ma gli danno una forma*. Permettono di restare accanto all’assenza senza paura, di trasformare il silenzio in voce e il vuoto in spazio abitabile. Quando scriviamo o dipingiamo, non cerchiamo di dimenticare, ma di accogliere. E in quell’accoglienza nasce la possibilità di rinascere. Sono entrambi linguaggi che lavorano per immagini: non richiedono di spiegare troppo ma di far uscire emozioni. Questa caratteristica li ha resi per me utile strumento per affrontare elaborare il lutto, poiché rispetto alla scrittura diaristica o narrativa il non dover descrivere, giustificare in maniera razionale, mi hanno resa libera di esprimermi e di capirmi.

In generale, credo che qualsiasi linguaggio permetta di riflettere, ascoltarsi e far uscire le proprie emozioni siano di aiuto in un simile percorso: è un modo per parlare, per non nascondere ciò che si sta vivendo. È il primo passo per continuare a vivere.

*Anche nel 2026 faremo poesia insieme, agli incontri di poesia ritrovata, per i genitori soci.

6. C’è una frase del tuo libro che senti come una sintesi del tuo percorso e che vorresti condividere con chi ci legge oggi?

“Anche il vuoto

sa diventare casa.

E in me,

lentamente,

cresce un luogo

dove l’assenza può fiorire

senza bisogno di essere riempita.”

Credo che anche il vuoto possa diventare casa. Che anche l’assenza possa insegnare a vivere. Sono i versi che racchiudono il senso di tutto: non negare ciò che manca, ma imparare a convivere con esso, fino a trasformarlo in parte della propria storia.

7. Cosa ti piacerebbe dire a chi sta affrontando un lutto perinatale e magari non riesce ancora a trovare parole o gesti per sé?

Non abbiate paura di ascoltare il vostro dolore, il vostro vuoto. Non serve correre verso risposte o soluzioni. Restate, respirate, se potete scrivete, dipingete, danzate, o semplicemente lasciate che il silenzio vi parli. Ogni voce merita spazio e ogni forma è possibile. Il dolore non si supera, si attraversa. E in quel cammino, anche se oggi sembra impossibile, può nascere una nuova luce.

Oggi sembra impossibile, ma la luce torna. Non per cancellare il dolore, ma per camminare accanto ad esso.

8. A chi è dedicato questo tuo lavoro?

È dedicato al mio bambino, il mio piccolo fiore azzurro, che resterà accanto a me per sempre.

È dedicato a chi vive un dolore simile, perché possa sentirsi meno solo.

È anche un dono alla mia famiglia, che ha camminato con me tra le ombre, e a chi crede che la bellezza possa nascere anche dall’assenza.

Grazie Federica!

Federica ha donato alla nostra associazione alcune copie del suo libro, per sostenere le nostre attività. Puoi ricevere una copia in cambio di una donazione qui.

Immagine di copertina: acquarello dell’autrice

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