I figli si rifanno?

by Claudia Ravaldi

Dopo un lutto perinatale le coppie affrontano momenti di grande incertezza e smarrimento. La morte del bambino atteso si associa infatti ad un “provvisorio” smantellamento del senso di sé: il progetto genitoriale si interrompe, il proprio filo narrativo interno, che era lanciato verso la maternità/paternità, si spezza.

Si è ancora madri, anche senza bambino in braccio? Si è ancora padri? Lo si è mai stati, se non si è arrivati alla parte conclusiva del progetto, quella del “e vissero tutti felici e contenti?”.

Questo aspetto di incertezza (chi sono, perchè a noi, cosa abbiamo fatto per meritarci questo, cosa c’è che non va nel mio corpo, nella mia testa, nella mia coppia), che è pervasivo nei primi tre quattro mesi, è una vera e propria una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere e “contaminare” tutti gli ambiti della vita della coppia. A volte, è così profondo da sostituirsi persino al lutto per il bambino, che rimane come sospeso, in secondo piano, dietro l’urgenza legittima di “percepirsi” nuovamente come ci conoscevamo. Sentirci nuovamente in pieno controllo della nostra vita e delle nostre decisioni. Sentirci, se possibili, di nuovo incinti e di nuovo felici.

Questo status mentale è molto frequente per la maggior parte delle coppie: spesso, subito dopo la notizia infausta, la prima domanda che facciamo ai medici è: potremo averne altri? Spesso, subito dopo le dimissioni, la prima cosa che pensiamo è che ci manca la pancia. Ci manca la vita di prima. Vogliamo riannodare il filo spezzato, esattamente in quel punto, con un nodo impercettibile, che a malapena si veda. 

Non vogliamo più soffrire, perchè soffrire è faticoso, per il corpo e per la mente. Soffrire soli, così come siamo abituati nel nostro paese è ancora più faticoso. 

Ed è dunque naturale cercare spiragli, vie d’uscita, elaborare strategie per rivedere rapidamente la luce. 

Una soluzione all’incertezza del lutto, che ci viene servita spesso su un piatto d’argento, è quella di “cambiare filo” e riannodare due capi di due gomitoli diversi, come se si trattasse dello stesso filo. “Fatene un altro!” è proposto come la panacea (e in questo articolo la collega terapeuta Diletta Arzilli ci spiega che no, non è una panacea).

Ho parlato già molti anni fa dell’ottovolante emotivo che fa sussultare i genitori (e i nascituri) nelle gravidanze successive qui.

Non aspettate troppo, mi raccomando!” è un altro dei suggerimenti a orologeria che ci vengono dati. Troppo quanto? Troppo cosa? Domande che spesso non abbiamo il coraggio e la forza di fare, perchè il lutto ci rende all’inizio un pò automi e un pò fragili, a volte in balia del primo che passa che ci sembri più “esperto” di noi. (NB: questa sensazione di camminare nella nebbia, in genere dopo tre o quattro mesi passa e torniamo un pò più “lucidi”).

In questo numero di Lancet 2011 promosso per l’Italia da CiaoLapo con un’apposita conferenza stampa in italiano il 15 Aprile del 2011, il problema del “rifare presto un figlio” era già stato segnalato come critico per il nostro paese: siamo infatti rimasti gli ultimi paesi tra quelli studiati a “consigliare” di dimenticare il lutto e intraprendere il prima possibile una nuova gravidanza, nonostante le linee guida degli altri paesi suggeriscano cautela e un timing specifico per ogni coppia.

Lancet 2016 ha ripreso e approfondito gli aspetti legati al management della morte in utero, dell’approfondimento diagnostico e del counseling periconcezionale per le coppie che desiderano intraprendere una nuova gravidanza: emerge chiaramente in tutti gli articoli e nei commentari come l’attenzione alla coppia passi dal riconoscerne il lutto e da una corretta pianificazione familiare.

La maggior parte delle coppie dopo un lutto perinatale rimane nuovamente in attesa entro l’anno. Come viene accompagnata la coppia durante questo anno, la qualità della cura offerta fin dalla diagnosi infausta, la presenza di un’equipe adeguatamente formata durante tutto il percorso (compresa la gestione della gravidanza successiva e il puerperio) incidono sulla salute psicofisica della donna e del suo arcobaleno. Abbiamo in corso un progetto di ricerca su questo tema e stiamo raccogliendo le testimonianze delle donne per poter iniziare a riflettere anche in Italia in modo più appropriato sul lutto perinatale. 

“Quei figli”, quelli perduti, non si rifanno. Impegnare il corpo e la mente con una gravidanza successiva troppo precoce è un salto nel buio, che si associa ad elevati livelli di ansia e depressione

Le madri non dovrebbero essere spinte nell’abisso da operatori distratti e non aggiornati, ma accompagnate in un percorso di resilienza specificamente calibrato sulle loro specifiche risorse, sui loro vissuti e sulla loro storia medica e psicologica. Lo stesso, ovviamente i padri. 

“Lunedì mi sono presentata nuovamente in ospedale per la visita di controllo con la mia ginecologa (credo che sarà la mia ex ginecologa) …mi ha consigliata di non lasciar passare troppo tempo se desidero avere ancora un altro figlio..( non sono passati nemmeno 2 mesi!!!) visto che non ci sono altri esami da fare considerando che il bimbo era sano.”

La misura di quanta strada c’è ancora da fare e di quanto disperatamente ci servano linee guida aggiornate e capillarmente diffuse tra i nostri operatori sta tutta in questa frase.

 

 

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