Perché parlare degli eventi traumatici ai nostri bambini e come farlo

by Claudia Ravaldi

Come parlare del lutto perinatale (o di altri traumi) con i nostri bambini?

Una piccola cornice teorica e qualche spunto pratico per mantenere al centro della relazione con i nostri bambini, piccoli o grandi, la fiducia e l’onestà.

Date al dolore la parola: il dolore che non parla

 sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi

William Shakespeare

Premessa: il lutto perinatale come trauma psicologico

Il termine trauma deriva dal greco τραῦμα (-ατος) “ferita” e può essere considerato come “L’effetto di un evento o stimolo percepito come perturbante che tende a stravolgere, ferire appunto, l’organizzazione dinamica raggiunta da un individuo o un sistema.”
Il trauma è quindi l’acquisizione brusca e violenta di esperienze molto cariche dal punto di vista emotivo e del tutto spaventose e inaccettabili per la persona ed il suo contesto. Questa esperienza è tale da da stravolgere completamente l’apprendimento biopsicosociale precedente. Tutto viene rimesso in discussione, tutti si sentono in alto mare, in balia delle onde.
Il trauma nel lutto perinatale è legato al contatto diretto del soggetto con la realtà della morte in modo brusco, non mediato e non elaborabile nell’immediato.

Quando parliamo di trauma psicologico parliamo di qualcosa che non ha significato e non è significabile: il trauma corrisponde all’impossibilità di dare un senso ed un significato, coerente e psicologicamente viabile, ad un episodio che si situa “fuori” dall’esperienza di vita normale dell’individuo. Nessuno di noi vorrebbe vivere questa esperienza e affrontare la sua bizzarria.

Definiamo come traumi il lutto, la malattia grave, gli incidenti, le perdite di sicurezze personali.

La morte di un bambino in gravidanza o dopo il parto è un trauma a tutti gli effetti: interrompe in modo brusco e violento il processo di genitorialità e il legame con il bambino, è uno shock emotivo di grande intensità e produce un lutto profondo e pervasivo che può durare dai 6 mesi fino a due anni successivi all’evento.

Cosa succede dopo un trauma?

Proprio in quanto ferita, rottura di continuità, un evento traumatico innesca una reazione intensa con diverse conseguenze, a livello emotivo, cognitivo e fisico.

L’esperienza traumatica, indesiderata e carica di sofferenza, è difficile da esprimere all’esterno, la si vorrebbe rimuovere e appare come non raccontabile, inesprimibile con la parola. Se trascurata o non accolta, l’esperienza traumatica non può essere elaborata e rischia di rimanere nel corpo.

È molto frequente che  le persone traumatizzate sperimentino reazioni fisiche molto intense, flashback e pensieri intrusivi come se vivessero costantemente “dentro al trauma” in una sorta di presente infinito senza possibilità di integrazione.

Ecco che la possibilità di esprimere l’evento traumatico attraverso una metafora o un racconto ridimensiona la carica dirompente del trauma, ne alleggerisce la presenza e lo rende raccontabile innescando un processo di accettazione prezioso per l’integrazione nella propria storia di vita.

È possibile ed opportuno raccontare  l’evento traumatico come una storia che ha un inizio, un centro e una fine.

Il racconto semplice e onesto permette di elaborare il trauma e di collocarlo nel passato; è molto importante fare questo processo narrativo non solo per se stessi ma anche per gli altri membri della famiglia, soprattutto per i bambini di famiglia.

Il racconto evita che si crei il “segreto familiare” , l’evento destruente che non può essere nominato e che troviamo alla base di numerose storie di sofferenza che resta intatta una generazione dopo l’altra.

I segreti familiari

I segreti di famiglia includono una vasta gamma di argomenti che sono tenuti nascosti, perché ritenuti indicibili in famiglia: adulti e bambini NON parlano dell’evento segreto, anche se tutti sanno che qualcosa è accaduto, i bambini non possono sapere nessun dettaglio. Nei casi peggiori, i bambini non sanno niente e non ricevono spiegazioni alle loro domande.

Tra i segreti famigliari più frequenti troviamo: le esperienze passate negative, l’adozione e l’infertilità, l’alcolismo, le relazioni extraconiugali e i traumi come il suicidio, la malattia fisica e mentale di un parente e la morte.

Questi eventi sono velati di segretezza, così come i lutti avvenuti prima della nascita del bambino o in epoca molto precoce, siano essi lutti di nonni o zii o lutti perinatali.

Il desiderio di proteggere i bambini dalla sofferenza generata da certi argomenti sensibili (perché dolorosi o perché scandalosi) è umano e comprensibile: molti genitori vorrebbero prendere addosso tutto il carico di dolore legato a un evento, affinché i figli non soffrano, in uno slancio di iperprotettività che tuttavia è “a doppio taglio”.

Occorre capire bene che scegliere il segreto o il mezzo segreto comporta dei rischi di cui è bene tenere conto.

I bambini sono persone in crescita e come tali sono estremamente ricettive ai cambiamenti esterni: ogni perturbazione del sistema familiare (o del gruppo classe) viene letta e codificata dal di dentro: la lettura delle esperienze è la base per conoscere il mondo e imparare ad abitarlo. È innegabile quindi che qualunque esperienza, anche se complessa e dolorosa, se bene accompagnata è fonte di apprendimento e permette al bambino di acquisire informazioni sentendosi nel contempo protetto dai suoi adulti di rifermento.

I bambini proprio per questo motivo legato alla loro crescita sono veri e propri barometri del clima familiare e sono quindi particolarmente vulnerabili di fronte ad un clima di tempesta accompagnato da un alone di segretezza o da una reazione di finta rassicurazione:  le loro capacità di autoregolamentazione sono ancora in evoluzione e se le risposte sono incoerenti o vengono a mancare il bambino imparerà che di fronte al dolore si può solo fare finta di niente e ignorare le proprie emozioni.

Come detto precedentemente, inoltre, un trauma non elaborato può dare vita a flashback e pensieri intrusivi:  quando ad essere traumatizzati sono i genitori,  i bambini possono fare esperienza delle “disconnessioni” attentive ed emotive che purtroppo accompagnano il trauma e questo può  rendere faticoso l’attaccamento e la relazione.

Cosa narrare, come e quando

Abbiamo visto che narrare i traumi familiari a tutti i componenti della famiglia costituisce un fattore protettivo e permette una maggior integrazione delle informazioni e della storia personale e familiare.

Tutto questo è estremamente importante quando c’è stata una storia di malattia del bambino o di prematurità, nei casi di lunghe ospedalizzazioni del bambino o della madre o  nei casi di lutto perinatale dove ci siano già in casa bambini o dove successivamente nascono nuovi bambini (i cosiddetti bambini “arcobaleno”).

Cosa narrare?

Costruire una storia narrabile implica pensare con attenzione alla coerenza interna della storia, a cosa è importante raccontare perchè la storia sia comprensibile e cosa invece può essere omesso.

Occorre anche considerare che raccontare cosa è accaduto al fratellino che stavamo aspettando è un compito di cui ci occupiamo nelle ore successive al lutto (con un carico traumatico intenso, come dicevamo prima), mentre raccontare ai bambini nati dopo la storia di un fratellino o una sorellina morti è un processo con tempi meno incalzanti, che possiamo affrontare con relativa calma.

Anche se travolti dal dolore, possiamo fare una buona narrazione dell’evento per i nostri altri bambini, con piccoli accorgimenti.

La narrazione di un evento acuto sarà:

  1. breve (due o tre frasi accompagnate dal linguaggio del corpo, come mettersi alla stessa altezza del bimbo, parlare con voce calma, abbracciarlo o dargli la mano sono un ottimo inizio e possono bastare)
  2. realistica (perchè i nostri bambini continueranno a lavorarci sopra e ci chiederanno più avanti altre spiegazioni o ci faranno domande)
  3. gentile (scegliamo termini che descrivano permettendo al bambino di capire, con il tempo e le risorse che ha, senza pretendere che abbia reazioni diverse dalle sue: è un bambino!)
  4. onesta (evitiamo bugie)
  5. concreta 
  6. accompagnata da una breve frase che racconta le nostre emozioni.

Se parliamo di un bambino morto durante la gravidanza, potremo raccontare che il bambino che aspettavamo è nato troppo presto / aveva il cuoricino troppo piccolo  e non è riuscito a sopravvivere e rimanere con noi. Quanto approfondire e che parole usare dipende dall’età dei bambini a cui stiamo raccontando. Teniamo conto che prima dei 7/8 anni il pensiero astratto non è ancora strutturato. Se diciamo cosa tipo: “l’ha preso Gesù”, il bambino piccolo crederà veramente che Gesù possa prendere i bambini e potrà magari spaventarsi a questa idea. I bambini piccoli sono concreti, e le storie che raccontiamo devono essere il più possibile orientate alla concretezza.

Quando raccontare?

Spesso vogliamo siamo spinti dall’urgenza di condividere con il nostro bambino e di spiegare il lutto, che non sappiamo spiegarci nemmeno noi.  L’urgenza di dire, senza sapere bene cosa dire, rischia di precipitare le cose e di farci fare scelte non molto funzionali. Prendiamoci qualche ora, fino a un giorno, un giorno e mezzo dopo l’evento traumatico per scegliere le parole giuste per noi. Le “parole giuste” sono scelte dalla mamma e dal papà (se ci sono tutti e due) o dal genitore presente e vanno comunicate al resto della famiglia e alle maestre di nido/materna etc. La narrazione deve essere il più possibile uniforme e coerente per i genitori e per il bambino.

Se è vero, infatti, che non esiste la “ricetta” perfetta per raccontare il lutto, è vero anche che occorre avere chiare alcune importanti considerazioni.

  1. Non posso raccontare ad un altra persona in modo non traumatizzante (anche un racconto può esserlo) qualcosa che per me è ancora estremamente doloroso e indicibile perché le emozioni soverchianti rischiano di travolgere sia me che il bambino.
  2. Il racconto deve essere il racconto della nostra storia, della nostra famiglia e deve essere calato nella realtà del bambino.
  3. Il racconto deve utilizzare termini comprensibili all’età del bambino ma veritieri e corretti, evitando giri di parole.
  4. La narrazione non deve essere troppo lunga ma essere esaustiva tenendo conto degli avvenimenti principali.

Quando i bambini sono già in famiglia e stanno vivendo l’evento “in diretta” (non tanto perché sono presenti nel luogo della perdita, ma perché sono parte della famiglia) non è possibile né auspicabile aspettare che la memoria traumatica dei genitori si “raffreddi” per essere aiutati ad elaborare ed integrare l’evento nella propria storia personale e familiare.

In questi casi è estremamente importante che, sempre con parole e azioni condivise adatte alla loro età, i bambini possano partecipare a quanto sta accadendo e possano comprendere, attraverso il racconto dei genitori, gli avvenimenti, i pensieri e le emozioni ad esse collegate.

Quando la narrazione riguarda un evento del passato, ad esempio il racconto della morte del fratellino al bimbo arcobaleno nato uno due anni dopo, la storia della nascita prematura del bambino e della tin quando il bimbo ha 3 o 4 anni, la storia di infertilità e di ovo-donazione grazie alla quale è nato il bambino) deve tenere conto dell’impatto emotivo che il raccontare il trauma può far riemergere. L’onda traumatica rischia infatti di travolgere sia il genitore che il bambino. Non essendo una situazione di urgenza, in questo caso abbiamo il tempo di prepararci e scegliere con cura le parole da dire per raccontare un pezzo significativo della storia della nostra famiglia.

È molto importante che i genitori ne parlino prima tra loro e provino a scrivere il racconto e a leggerlo tra di loro prima di sottoporlo al bambino.

Se durante la stesura della narrazione o mentre si prova a leggerlo ci si accorge che il trauma è ancora troppo carico emotivamente è fondamentale prima farsi aiutare ad elabora il trauma da un terapeuta e solo successivamente raccontare al bambino.

Per finire, una nota sui “libri” per raccontare ai bambini gli eventi traumatici.

In acuto, non c’è libro che sostituisca le parole autentiche e coerenti dei propri genitori.

Nel narrare un evento traumatico del passato, significativo in quanto tale, non c’è libro che possa sostituire il lavoro di narrazione dei genitori.

Si può trovare quindi qualche albo di accompagnamento (questo, e questo) ma attenzione per favore ai prodotti “a tema” (infertilità, lutto perinatale etc): la qualità è così bassa che rispondono di più all’urgenza dei genitori di sentirsi adeguati che allo scopo di costruire una narrazione che protegga dagli effetti del trauma in modo efficace.

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Articolo a cura di

Dott.ssa Micaela S. Darsena

Psicologa psicoterapeuta

perfezionata in psicologia clinica perinatale

referente lombarda per l’associazione CiaoLapo APSETS

e

Dott.ssa Claudia Ravaldi

Psichiatra psicoterapeuta

perfezionata in psicologia clinica perinatale

fondatrice e presidente CiaoLapo APSETS

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