In questo approfondimento parliamo insieme alla dottoressa Claudia Piccioni dei sentimenti “scomodi” del lutto perinatale. Sono scomodi tutti quei vissuti e sentimenti che dopo un lutto perinatale emergono con particolare forza negli scambi interpersonali e possono mettere a dura prova la vita relazionale delle persone.
Proprio perché parliamo di scomodità nelle relazioni, proviamo, mentre leggiamo questo articolo, a cercare per quanto possibile una posizione comoda: prestiamo attenzione a come siamo seduti, alla luce della stanza, a ciò che può aiutarci a sentirci a nostro agio e, se ne abbiamo bisogno, a qualche forma di conforto.
Il lutto perinatale può portare con sé emozioni e sentimenti difficili da comprendere, prima di tutto per chi li prova. A volte questi vissuti mettono in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi e il modo in cui siamo abituati a riconoscerci. Possiamo, ad esempio, considerarci persone generalmente poco invidiose e scoprire invece che, dopo la perdita, l’invidia compare con una forza inaspettata e ci disorienta.
Nel lutto perinatale, inoltre, manca ancora troppo spesso un adeguato riconoscimento da parte degli altri: poche parole, pochi rituali, poco spazio sociale per esprimere il dolore. Questa mancanza di riconoscimento può rendere più difficile comprendere e legittimare ciò che stiamo vivendo e può accentuare alcune difficoltà nelle relazioni, comprese quelle legate all’invidia, alla vergogna e al senso di colpa.
Invidia, vergogna e colpa sono “scomode” anche perché possono presentarsi in modo intenso, occupare molto spazio nella nostra esperienza emotiva e avere un impatto sulle relazioni. Facciamo fatica a parlarne e possiamo temere di non essere compresi o, peggio, di essere giudicati.
Pensiamo, ad esempio, a quanto facilmente il senso di colpa possa intrecciarsi con la vergogna: “Visto che ho sbagliato, allora sono sbagliata”. Condividere con gli altri pensieri di questo tipo può essere molto difficile.
Parleremo di queste emozioni separatamente, pur sapendo che nella nostra esperienza emotiva i confini non sono così netti: emozioni, sentimenti, pensieri e relazioni si intrecciano continuamente.
Invidia
Chi ha perso un figlio può ritrovarsi improvvisamente immerso in un mondo che sembra pieno di bambini, gravidanze e famiglie.
L’invidia nei confronti di chi ha figli sani o verso famiglie percepite come “intatte” è un vissuto molto frequente nel lutto perinatale, ma può essere accompagnata da un grande disagio perché viene facilmente interpretata come qualcosa di “cattivo”, qualcosa che non dovremmo provare.
In realtà, in questo contesto, l’invidia può essere compresa come una risposta al dolore della perdita. Non significa necessariamente provare ostilità verso l’altra persona: spesso ciò che fa male è vedere negli altri qualcosa che desideravamo profondamente e che abbiamo perduto.
“Perché loro sì e io no?” è una domanda che può emergere spontaneamente. Parla del senso di ingiustizia, della mancanza e del vuoto lasciato dalla perdita.
L’invidia, in questo contesto, parla soprattutto di desiderio e di perdita, non di una mancanza morale.
Vergogna
Se il senso di colpa tende a riguardare ciò che abbiamo fatto o pensiamo di aver fatto, la vergogna coinvolge più direttamente l’immagine che abbiamo di noi stessi: “Sono sbagliato”, “Non sono stata capace”, “Non sono degna perché non ho portato a termine la gravidanza”.
Per questo può essere particolarmente dolorosa e paralizzante.
L’orgoglio può essere considerato, per alcuni aspetti, un’emozione di segno opposto alla vergogna. Se siamo persone abituate a dare molto valore al raggiungimento delle aspettative, nostre o altrui, oppure siamo cresciuti prestando molta attenzione a “che cosa dirà la gente”, può essere particolarmente difficile confrontarci con esperienze nelle quali ci sentiamo esposti, fragili o inadeguati.
Mentre l’orgoglio può sostenere la percezione della nostra efficacia e del nostro valore, la vergogna può colpire direttamente l’immagine di sé, incrinandola e ferendola.
Nel lutto perinatale la vergogna può coinvolgere diversi aspetti dell’esperienza.
Il corpo. Può comparire la sensazione di aver fallito, come se il proprio corpo avesse tradito noi stessi, il partner o il bambino.
La visibilità sociale. La perdita perinatale può essere poco visibile e scarsamente riconosciuta: “Per gli altri non sono un genitore”. Questo può alimentare la sensazione di non avere pienamente diritto al proprio dolore.
Il silenzio sociale. Quando le persone intorno minimizzano o non riconoscono ciò che è accaduto, può rafforzarsi l’idea che il nostro dolore sia eccessivo o sproporzionato e che, quindi, sia qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi.
La vergogna può spingere all’isolamento, al desiderio di scomparire o di sottrarsi allo sguardo degli altri. E proprio l’isolamento può, a sua volta, amplificare la vergogna e il dolore.
Senso di colpa
Il senso di colpa riguarda più direttamente ciò che pensiamo di aver fatto, non fatto o avremmo potuto fare diversamente.
Lo incontriamo molto spesso nelle parole dei genitori dopo una perdita:
“Avrei dovuto accorgermene prima.”
“Ho fatto qualcosa di sbagliato durante la gravidanza?”
“Non ho fatto abbastanza.”
“Non sono stata in grado.”
“Stavo pensando a qualcosa di negativo ed è successo.”
Il senso di colpa può rappresentare un tentativo della mente di recuperare una forma di controllo di fronte a un evento nel quale il controllo è stato pochissimo o del tutto assente. Anche quando razionalmente sappiamo che ciò che è accaduto non è dipeso da noi, il bisogno di trovare una spiegazione può trasformarsi in autoaccusa.
Possiamo allora tornare continuamente sui dettagli di ciò che è successo, alla ricerca di un “avrei potuto fare diversamente”, come se da qualche parte esistesse una versione alternativa della storia nella quale la morte del bambino avrebbe potuto essere evitata.
C’è anche un’altra funzione possibile di questa ricerca: se riesco a trovare una causa, forse potrò impedire che accada nuovamente. Il senso di colpa può quindi diventare un tentativo di proteggerci dall’incertezza e dalla paura, anche se il prezzo da pagare è una grande sofferenza.
Quando persiste, la colpa può progressivamente entrare a far parte dell’immagine che abbiamo di noi stessi, fino quasi a definirci.
Nel lutto perinatale può assumere forme diverse. Tra queste possiamo riconoscerne almeno tre.
La colpa del sopravvissuto: “Ho sofferto meno di mio figlio”, “Sono sopravvissuto a mio figlio”, “I miei giorni senza di lei sono ormai più di quelli trascorsi con lei”.
La colpa di separazione: “Ho abbandonato mio figlio”. Oppure, quando lentamente si ricomincia a stare meglio: “Lo sto dimenticando”, “Se non lo penso continuamente non sono una buona madre”.
La colpa onnipotente: “Sono io il responsabile della morte di mio figlio”.
Sul senso di colpa, soprattutto quando diventa un vestito troppo stretto dal quale sembra impossibile liberarsi, può essere importante lavorare. La colpa può infatti alimentare il rimuginio e contribuire a mantenere la sofferenza nel tempo.
Modi “gentili” per stare con i sentimenti scomodi
Non possiamo scegliere di non provare ciò che proviamo. Anzi, spesso più cerchiamo di reprimere o allontanare un’emozione, più questa continua a occupare spazio dentro di noi.
Possiamo però imparare, gradualmente, a stare in modo diverso con ciò che sentiamo.
Ricordare che noi non siamo le emozioni e i sentimenti che proviamo. Le emozioni, i sentimenti e le loro espressioni sono risposte a ciò che accade dentro e fuori di noi. Possono essere molto intense, ma sono anche esperienze che si modificano e si trasformano nel tempo.
Imparare a riconoscere e nominare ciò che sentiamo, cercando di non giudicarlo. Possiamo provare a dirci “sto provando invidia” senza aggiungere immediatamente “non dovrei provarla” oppure “sono una persona orribile”. Cambiare il modo in cui guardiamo un’emozione può modificare anche il nostro rapporto con essa.
Separare la responsabilità dal controllo. Il fatto che qualcosa sia accaduto non significa che fosse sotto il nostro controllo né, soprattutto, che avremmo potuto impedirlo.
Dare spazio al bambino e al legame. Scrivere, creare un piccolo rituale, pronunciare il nome del bambino, quando lo desideriamo, o trovare altre forme personali per ricordarlo può aiutare a dare riconoscimento alla relazione e al nostro essere genitori.
Non accelerare il processo. La pressione a “stare meglio in fretta” può aumentare il senso di inadeguatezza e favorire l’isolamento proprio quando avremmo più bisogno di tempo, ascolto e vicinanza.
Non restare soli e cercare spazi sicuri di condivisione. Possiamo parlare con qualcuno capace di ascoltare senza giudicare, scegliere amici e persone care con cui sentiamo di poter condividere ciò che stiamo vivendo, avvicinarci a gruppi di auto mutuo aiuto dedicati al lutto perinatale, nei quali questi sentimenti sono conosciuti e accolti, e cercare, quando ne sentiamo il bisogno, un supporto psicologico competente sul lutto perinatale.
Nel ringraziare la dottoressa Claudia Piccioni, vorrei chiudere ricordando che uno dei lavori di elaborazione del lutto è imparare a conoscerci di nuovo, anche attraverso emozioni e sentimenti che non avremmo immaginato di provare. I sentimenti scomodi fanno parte di questo percorso: come dico sempre sono una delle «mille forme che prende la nostalgia per chi se ne è andato troppo presto».

