“Le parole per restare, le parole per fuggire”: riflessioni poetiche e letterarie sul lutto perinatale

by Claudia Ravaldi

Che cosa accade alle parole quando muore un figlio? Scrivere può aiutare a dare forma al dolore e a condividerlo, oppure può diventare un modo per prenderne le distanze? A partire da Nemmeno il greco sulla pietra, Lidia Mafrica e Grzegorz Franczak raccontano due modi diversi di attraversare il lutto perinatale e interrogano il ruolo che la scrittura può assumere in questo percorso.

Lidia

Come è nato Nemmeno il Greco? Questo libro è nato in vari modi e in più momenti. Innanzitutto è nato da una morte. Per cercare di iniziare a capire la morte di nostra figlia Lena ho sentito il bisogno, sin da subito, di trasferire quanto stava succedendo in parola scritta e rendere più stabili delle emozioni inafferrabili, rileggerle e così avvicinarmi a loro, tentando di comprenderle e renderle reali. L’unica forma verbalizzata in cui quel vissuto incomprensibile e irreale si concretizzava (e si concretizza tutt’oggi) in maniera piena e credibile è il pianto, ma al di fuori di esso non c’era parola, frase, discorso che io pronunciassi e che non perdesse presto significato insieme alla propria volatile consistenza sonora. Fermare sulla carta le parole è diverso.

Questo libro è nato anche per via della necessità di condividere il mio vissuto. Sia nella coppia, con Grzegorz, sia con i nostri figli, sia con tutti gli altri là fuori. Ho iniziato immediatamente – quando la produzione di latte non si era ancora arrestata e l’elaborazione di ciò che era accaduto e ci stava accadendo non era nemmeno partita – a postare le mie poesie su Facebook. Ero assolutamente conscia del mezzo che utilizzavo, perché la condivisione faceva parte delle mie necessità; la condivisione è stata infatti uno degli ingredienti fondamentali perché il lutto procedesse, dentro di me, in maniera fisiologica. Volevo parlare non solo a me, ma anche agli altri. Volevo che sapessero. Non intendevo nascondere nulla sotto una scomoda veste decorosa, e poi ero infuriata, allo sbando. Dovevano esserne messi tutti al corrente, del torto che ci aveva riservato la vita. Volevo anche proteggermi dal dovere di proteggere gli altri da situazioni scomode, partendo io stessa all’attacco: mostravo il modo in cui volevo essere trattata, perché con me si sentissero non solo liberi di parlarne, ma quasi obbligati, perché mi risparmiassero l’arma a salve della delicatezza, che ferisce ancora maggiormente chi, come me, mal sopporta l’aleggiare del non detto. Volevo anche che si sapesse che Lena fosse esistita. Non volevo che fosse una bambina da nascondere sotto il tappeto, ma che fosse. Cercavo senza dubbio anche la vicinanza, senza immaginare che ne avrei data a mia volta. E quanta ne ho ricevuta! Questo libro è nato anche grazie a chi ha reagito alla mia condivisione. Era palese che ci fosse un gran bisogno di parlarne. Di parlarne senza filtri, ovvero mettere dinnanzi agli altri la spoglia realtà del lutto perinatale. La risposta di amici e conoscenti mi ha aiutata a ricostruire la mia identità di madre anche attraverso gli occhi degli altri: come si compiace della maternità e del proprio pargolo la madre che scopre un estraneo guardare a lei e a suo figlio con tenerezza, così io sentivo la mia maternità spezzata riconosciuta mediante lo sguardo degli altri. C’è stato, poi, chi ha reagito al mio esporre il dolore non soltanto esprimendo la propria vicinanza, ma anche apprezzando la forma dei miei versi. Con il tempo ho maturato l’intenzione di proporre le mie poesie a voi. Conoscevo l’operato di CiaoLapo ben prima della morte di Lena, ma era una realtà che mi era stata fino ad allora estranea quanto lo è ogni doloroso aspetto della vita che, non toccato con mano, ci fa presto girare gli occhi dall’altra parte, ringraziando il cielo che ci sia qualcuno che si occupa di queste cose e che a te non servano. CiaoLapo mi ha accompagnato già qualche ora dopo avere saputo della morte di Lena. Ero in ospedale, disorientata, non capivo niente. Dal mio lettino davo per telefono la notizia alle persone care (se penso al mio non sapere di allora provo una profonda tenerezza). Un’amica, Małgorzata, mi ha scritto qualcosa come “Esiste un’associazione, CiaoLapo, che ha molto aiutato una persona a me cara che purtroppo anni fa ha avuto la tua stessa esperienza”. Qualche minuto dopo navigavo con il cellulare sulla vostra pagina internet. Era il giorno precedente il parto. Grazie a quella frenetica ricerca di supporto, da lì in poi mi ha accompagnato la prima, importante consapevolezza: non sei sola. Nei mesi successivi, quando ormai leggevo e seguivo CiaoLapo abitualmente e prestavo o regalavo Piccoli principi, ho condiviso con Grzegorz l’idea di donare a voi i miei versi perché potessero essere utili, come lo era stato per me scriverli e, per altri genitori, leggerli. Le dita di Grzegorz già fremevano, perché un po’ in seguito alle nostre conversazioni, un po’ per la necessità prepotente di costruire narrazioni che gli è consona, aveva anche lui, con i propri tempi, raccolto parole da scrivere a Lena e in merito alla propria esperienza di lutto. E così è nata, in punta di piedi, una proposta che avete accolto con un entusiasmo che per noi è stato significativo, tanto come genitori di Lena, quanto, in mancanza di Lena, come genitori delle nostre parole.

Di cosa parla? Nemmeno il greco sulla pietra è senza dubbio un insieme di fotogrammi del vissuto personale di due genitori in seguito alla morte della propria figlia a un paio di settimane dalla data presunta del parto, e quindi parla di uno dei tanti modi possibili di vivere il lutto perinatale. Il tema con cui si apre la raccolta poetica è quello delle proiezioni future di una famiglia che si allarga, proiezioni spazzate via dalla morte, e che il cervello fa fatica ad accettare come non più possibili. Questo obbligo a riscrivere il futuro cui la morte ti costringe è uno degli aspetti che maggiormente mi hanno fatta soffrire nei primi nove-dodici mesi successivi alla morte di Lena. Lena già c’era, aspettavamo solo che da dentro la pancia si spostasse fuori… Poi improvvisamente arriva la morte a dare un colpo di spugna. Se inizialmente ti opponi, con il passare del tempo la tua resistenza, a parte qualche rigurgito di indisciplina, si affievolisce. Il cervello è scisso, ti inganna: una mattina ti svegli come se niente fosse e ci metti un po’ a renderti conto che non si è trattato soltanto di un incubo. Un’altra mattina, invece, ti sveglia l’angoscia e, per proteggerti, la mente ti sussurra che non è successo niente di così grave. Il sistema di autodifesa della psiche è uno strumento quasi involontario e senza dubbio necessario, ma tanto combatterlo quanto accoglierlo è doloroso. Pian piano inizi ad accorgerti che ogni cosa ha le caratteristiche della peggiore delle beffe, sei incredula e impotente, anche arrabbiata, ma ci sono momenti in cui d’un tratto minimizzi quello che è successo e le emozioni che provi. Per me, almeno, è stato così. Delle volte ho sorpreso il mio cervello sussurrarmi “piantala, Lidia. Che cosa sarà mai!”, e per qualche momento provavo un sollievo che evitava di farmi impazzire. Altre volte il cervello mi plagiava, e invece di dire “andiamo al cimitero”, dalla bocca mi usciva, con una semplicità disarmante, un “andiamo in ospedale”, perché era naturale che Lena fosse viva, che necessitasse solo di cure prima di tornare a casa. Per un attimo riuscivo ancora a sperare che il corso degli eventi potesse cambiare a nostro favore. Ecco, credo che leggendo i miei versi, accanto alla razionalità disperata si scorga principalmente la violenza di un futuro interrotto. Nelle poesie scrivo molto di speranza e di disincanto, altri due aspetti del lutto che rendono l’esperienza una giostra per stomaci forti: l’altalenarsi di momenti in cui, ad esempio, a prevalere è la fiducia irrazionale di rivederla, o la docile attesa di ricevere dei segnali da parte sua, ed altri in cui, invece, la sua mancata presenza appare ridotta a un binario morto, a un vicolo cieco, a un corpo che si deteriora dentro a una bara ricoperta di terra. Nel libro c’è una poesia che inizia come una nota preghiera ma che si trasforma subito in una lunga serie di richieste e culmina con una protesta risentita. In quella preghiera non c’è spazio per la dimensione ultraterrena, ma solo per le piccole cose di questo mondo che ci sono state negate e che sono state negate a Lena, dislocate, nei versi, in un ipotetico paradiso, mentre noi viviamo per davvero un inferno in terra. Un tentativo fallito di affidarmi alla fede, insomma. Le mie poesie parlano anche degli aspetti più fisiologici o materici dell’essere madre di una bambina morta, senza badare affatto a mantenere quel decorum che si addice, in base ai canoni odierni, alle narrazioni sul lutto perinatale. Laddove si richiedono un pathos composto e una vaghezza che lasci spazio all’immaginazione, io ho preferito fare intravvedere la morte di Lena per quello che è, ovvero una questione indecente, come lo è ogni morte. Non è stata una scelta su cui ho riflettuto. Semplicemente ritengo che nell’indecenza della morte stia anche la sua dignità. Per farlo non ho avuto bisogno di ricorrere a chissà quali elementi scabrosi, mi è bastata la realtà che avevo intorno e che vivevo: il latte destinato a Lena e che imbrattava invece il materasso, le mani rosee delle altre neonate cui si contrapponeva, non esplicitata ma pur intuibile, l’immagine delle manine di Lena fredde e tumefatte, o ancora il lato più prosaico dei funerali di Lena, ossia il suo pagamento a rate. Il lutto non è pomposo, non è fotogenico. Diciamocelo pure, che la banalità non è solo del male, ma che riguarda anche il dolore e il lutto. Ancora, non potendo parlare di Lena, nei miei versi ho cercato di parlare a Lena, di ripristinare un canale di contatto con lei, di trovare un mezzo per dialogare, per cantarle ancora. Nadia Terranova, che ha firmato una prefazione al libro piena di tatto e ricca di spunti che mi hanno portato a leggere le mie parole in maniera nuova, scrive nel testo di apertura che in questo libro, alla nostra chiamata Lena risponde. Io ci credo, che lei l’abbia sentita rispondere, e ci credo sentendo lo stesso pizzico di invidia che provo quando Grzegorz mi racconta di avere sognato Lena. Io aspetto ancora che mi appaia in sogno.

Se dovessi raccontare il cuore del tuo libro dal tuo punto di vista, scegliendo una poesia, una frase, una parola, quale sceglieresti? Perché? Credo che il cuore della sezione di cui sono l’autrice, e quindi in base alla mia esperienza, sia racchiuso nel primo verso della prima poesia, e che nella frase “Il futuro (attenzione! ossimoro) era” risieda non solo il fulcro di Nemmeno il greco, ma del lutto perinatale tout court. Osimoro, come leggiamo su Treccani significa: “l’ossimoro (dal gr. oksýmōron, comp. di oksýs «acuto» e mōrós «stolto, folle») è un procedimento retorico che consiste nell’unire due parole o espressioni che sono inconciliabili nel significato in quanto indicano propriamente una antitesi o contrarietà”. Ecco.

“Lutto” e “perinatale” sono ossimorici, al pari del sostantivo “futuro” e del verbo “era” dalla prospettiva dell’oggi.

L’esperienza del lutto perinatale parte da un ossimoro perché muore un nascituro, e si mantiene tale in ogni sua declinazione. Hai scelto un nome che non pronuncerai, hai il seno gonfio di latte ma nessun neonato da sfamare, firmerai un atto di nascita che è anche un certificato di morte… Attraversare il lutto dopo la morte di un figlio che non è ancora nato significa cercare di lottare contro questa dolorosa antitesi, rifiutarla per principio in quanto esseri dotati di raziocinio che oggi guardano con troppa fiducia alle leggi indiscusse della biologia. Tutto ciò che viene dopo l’incipit della poesia che apre la raccolta approfondisce i motivi per i quali “futuro” ed “era” non possono andare d’accordo, e ogni componimento parte da questo ossimoro o con esso si conclude. “attenzione! ossimoro” è, col senno del poi, una sorta di avvertimento al lettore. Chi lo coglie ha afferrato il cuore del mio dolore e di quello dei genitori che hanno vissuto una simile esperienza.

Ci sono delle parole che durante la scrittura sono tornate più volte? E altre che invece, hai scelto di lasciare da parte, di non dire? Perché? Per rispondere alla prima parte di questa domanda mi occorre descrivere brevemente il modo in cui sono nati i testi. Li ho scritti tutti di getto, senza modificarli nel corso del tempo o rivederli a distanza di giorni o di mesi. A parte gli sparuti, piccoli cambiamenti apportati alla punteggiatura, o l’inversione di qualche parola, avvenuti durante la stesura delle bozze, conservano quindi la forma iniziale. Ognuno di loro origina dalla medesima contingenza: un insieme di parole mi è rimasto in testa ed è ricomparso nell’arco di uno o due giorni con una frequenza e un’insistenza tali da rasentare il parossismo, finché non ho iniziato a scrivere e a modellare. Mi scappavano le parole, come un bisogno fisiologico da espletare. La natura urgente di questo processo, quasi ossessivo, ha fatto sì che determinate parole o immagini abbiano trovato compimento nello spazio di una poesia, senza che io sentissi la necessità di approfondirle altrove. Forse per questo l’unica parola che durante la scrittura è tornata più volte è unicamente il nome “Lena”. Quanto alla seconda parte della tua domanda, la risposta è “sì”. Sono molti i temi sui quali ho taciuto, pur avendo essi pari diritto di parola e godendo della medesima dignità di stampa rispetto alle varie forme del lutto di cui ho invece scritto. Nella raccolta non trovano spazio argomenti quali la crisi che dopo la morte di Lena abbiamo attraversato io e Grzegorz. Nelle poesie non menziono nemmeno le conseguenze di un’insonnia che, fisiologica durante la gravidanza e di natura ormonale, è continuata dopo la morte di Lena intralciando la mia ripresa ed esasperando il mio malessere. Non c’è traccia nemmeno del doppio lutto vissuto da Jacopo e Leonardo, i fratelli maggiori di Lena: a modo proprio, in base all’età, hanno affrontato non solo la perdita della sorella ma, per un certo periodo, quella della madre che conoscevano da sempre, spesso altrove, distratta dal dolore. Tutti questi temi sono senza dubbio non meno e non più personali di quanto non lo siano quelli di cui invece ho scritto. Posso rispondere a questa domanda solo oggi, perché solo oggi me la sono posta per la prima volta, dovendoti rispondere. Se tre anni fa avessi guardato a questi temi dalla stessa distanza di oggi, ovvero con una maggiore consapevolezza, probabilmente li avrei inseriti nella raccolta. Ma dalla consapevolezza di oggi è altrettanto probabile che non sarebbe nato quello che invece si trova nella raccolta. Oggi, ad esempio, non riesco più a entrare nel mio dolore come allora, o a rimanerci a lungo. Ho paura di riprovare le emozioni che ho provato nel primo anno, e allora mi ci affaccio e basta. Ho il terrore di vedere la stessa voragine che ho avuto davanti agli occhi per molto tempo.

Il fare poetico e l’espressione artistica possono trasformare il percorso di elaborazione del lutto? Se sì, come? In qualsiasi mia produzione, scritta o orale, tendo a essere piuttosto verbosa e disorganizzata. La poesia, con la compattezza che le è propria, è una forma che seguo spontaneamente in situazioni di emergenza sensoriale e conoscitiva, ovvero quando quello che vivo è nuovo e troppo intenso, e sento l’urgenza di dargli un nome o contenerlo perlomeno con le parole. La dinamica consta di due passi: io “gioco” con le parole e loro in cambio mi restituiscono talvolta piccole epifanie. Così i bisogni di ambe le parti sono soddisfatti. Come dicevo prima parlando della nascita del libro, molte delle tappe della sua genesi sono coincise con quelle dell’elaborazione del lutto: il riconoscimento, la verbalizzazione, l’auto-validazione o la validazione da parte di terzi del proprio vissuto. Se è vero che “nemmeno il greco sulla pietra” ha parole per questo, scrivere mi ha dato perlomeno la possibilità di tentare di esprimermi, e di condensare il dolore per poterlo guardare da più vicino, riconoscerlo, circoscriverlo e, in qualche modo, gestirlo, controllarlo, ammansirlo. Come si fa davanti a un pericolo o con un nemico. O in sogno con i mostri. Privato di tutto questo, il mio percorso sarebbe stato senza dubbio diverso. Non so dire di preciso in cosa. Come conseguenza indiretta, la minore condivisione di ciò che stavo vivendo avrebbe di certo limitato gli scambi con chi si è trovato nella mia stessa situazione. Conoscere e comprendere il dolore delle madri che mi hanno scritto per parlare del proprio vissuto, ad esempio, mi ha aiutato a stare a contatto con quello mio e a cominciare a credere con fiducia che si potesse continuare a vivere nonostante il senso di colpa di essere genitori sopravvissuti ai figli.

Cosa ti piacerebbe dire a chi sta affrontando un lutto perinatale e magari non riesce ancora a trovare parole o gesti per sé? A chi sta affrontando il lutto perinatale vorrei fare sapere innanzitutto l’unica cosa che ha aiutato me nelle sue prime fasi: non sei sola, non sei solo. Mi fermerei volentieri qui, perché l’esperienza di ognuno è diversa e so bene quanto i consigli non richiesti possano provocare fastidio o fare sentire ancora più inadeguato chi li riceve. Quindi provo a dare qualche consiglio che ho ricevuto io stessa e che mi è servito parecchio, capendolo magari molto più tardi, e altri che avrei voluto qualcuno mi desse: è un baratro buio e profondo, ma appena riesci a tirarti fuori soltanto per un attimo dall’apnea e senti la necessità di respirare, tendi anche la mano. Troverai altre mani pronte ad afferrarla. Abbi paura di tutto, ma non di chiedere aiuto. Ogni emozione che provi è legittima. Parlane, se puoi, e fallo con persone dalle quali ti senti capito. Allontanati momentaneamente dalle altre – è uno dei casi della vita in cui puoi essere egoista. Ora che la vita si è fermata, anche se per gli altri va avanti, datti il tempo di cui necessiti per sostare nel nulla. Se senti di rimanerci troppo a lungo, di nuovo, chiedi aiuto. Il dolore è una frana disastrosa. Ci separa dagli altri, ma crea anche inaspettati varchi e ponti di umanità. Prova ad alzare lo sguardo, e quando ti senti pronta o pronto attraversali. Il rifiuto e la negazione sono atteggiamenti naturali e legittimi. Se durano tanto o sono pervasivi, ancora, chiedi aiuto. E se hai bisogno di aiuto, ma non sei ancora pronta o pronto a riceverlo, inizia, magari, a coltivare un luogo e un tempo in cui poterti ascoltare: parla di quello che hai dentro, ad alta voce, oppure scrivilo. Non esistono parole giuste o sbagliate. Esistono, casomai, parole troppo corte o troppo strette per farci entrare quello che vivi. Tu provaci ugualmente, finché non si lacerano. Rileggile. Non tentare di ricucire gli squarci, ma lasciali cicatrizzare. Se necessario, questo è davvero un buon momento per chiedere aiuto.

 A chi è dedicato questo lavoro? Nemmeno il greco c’è perché non c’è Lena. O Lena, o lui. Nessuna scelta, una violenta imposizione. Nelle sue pagine sia io che Grzegorz parliamo a Lena, di Lena, con Lena. Quindi questo libro è, in primo luogo e sopra ogni cosa, dedicato a nostra figlia Lena. In memoria di quello che è stato e di quello che non è stato essere suoi genitori. Di chi è stata e di chi non è potuta essere Lena al di là di noi genitori. Soprattutto dei “non”.

Nemmeno il greco è dedicato a Lapo, un ragazzo che di strada ne ha fatta… fare ai suoi genitori Claudia e Alfredo. Penso spesso che in Italia ci sia un “prima” e un “dopo Lapo” – un po’ come con Cristo, Copernico, o, che ne so, Basaglia. E che noi genitori dell’era “dopo Lapo” abbiamo molti più strumenti di supporto rispetto a chi ha vissuto la morte dei propri figli nell’era “avanti Lapo”.

Questo libro è anche autoreferenziale. Nasce da un nostro, personale bisogno – mio e di Grzegorz – e parla dei nostri dolori. Quindi, senza infingimenti, è anche per noi.

Nemmeno il greco è dedicato a Leonardo e Jacopo, i fratelli di Lena. Perché un domani possano ritornare alle nostre parole di genitori, se ne avranno voglia o se ne sentiranno la necessità. Perché vi leggano ciò che pure loro hanno vissuto, perché li aiuti a ricostruire la propria storia.

Ancora, questo libro non posso non dedicarlo alla mia psicologa. Tra le circostanze che hanno fatto sì che il mio lutto seguisse una parabola fisiologica vi è soprattutto il consiglio condiviso dalla mia terapeuta alla notizia della morte di Lena, mentre aspettavo di darla a una luce che non avrebbe mai visto: “chiedete di stare con Lena tutto il tempo che potete, prendetela in braccio, guardatela, se lo desiderate scattate delle foto, non abbiate paura”. Sdraiata sul mio lettino d’ospedale, in quella grande stanza tutta per me, tutta per noi, questo consiglio mi era allora parso come il compito assegnatomi da una persona di fiducia. Il mio istinto – se davvero ne esiste uno – era annichilito, la mente si rifiutava di accettare che avrei partorito mia figlia senza vita. Il sistema operativo doveva ancora essere aggiornato. Non avevo desideri, né avevo intenzioni, non mi arrivava un granché di tutto quello che provavo. Non c’erano nemmeno le condizioni necessarie perché io capissi che quella che mi avrebbero dato in braccio fosse proprio Lena. Non mi era affatto chiaro che l’avrei vista solo per poche ore, e poi, il giorno dopo, rigida e gelida sul duro tavolo dell’obitorio, e infine, l’ultima volta, nella sua piccola bara, sudare senza vita. Ho accolto quel consiglio gratuito e lungimirante, frutto di formazione e sensibilità, senza sapere quanto fosse prezioso, e così io e Grzegorz, come due bambini ligi, abbiamo passato il nostro unico tempo a disposizione con nostra figlia secondo le sue indicazioni. Avremmo compreso solo più tardi la portata di quel consiglio. Come sarebbe andata se non lo avessimo ricevuto, questo non lo posso sapere. So soltanto che il fatto che il mio corpo abbia potuto vivere un’esperienza fisica e reale a contatto con quello di Lena ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del lutto e nella percezione di essere madre. Quel consiglio ha guidato due genitori disorientati dinnanzi alla morte della propria figlia e dinnanzi alla propria figlia morta. Li ha invitati a non avere paura, a toccarla, cullarla, osservarla, fotografarla, ricordarla. In quelle ore tutto questo non era per niente qualcosa di spontaneo, per me. Ero stordita, rifiutavo la realtà, e quindi anche il contatto con mia figlia.

Ecco perché Nemmeno il greco è dedicato anche a Laura. E a Giulia e Ilenia, le due ostetriche che si sono alternate nei miei giorni di permanenza in ospedale, seguendomi dal mio arrivo fino alle dimissioni, passando per il parto. Il tatto, l’empatia, la preparazione con la quale ci sono state accanto e hanno accolto Lena, l’affetto che ci hanno riservato, sono i ricordi di più vividi di quei giorni bui. A lungo, tornata a casa, mi sono aggrappata a ciò che mi hanno lasciato queste due luminose figure, quasi fossero ultraterrene. Due ostetriche in carne ed ossa, invece. Che nel nostro caso hanno fatto la differenza. Senza di loro, a un trauma se ne sarebbe aggiunto e intersecato un altro. Adesso lo so. Se le mie poesie sono diventate una raccolta e non sono rimaste sparpagliate su un social e nei miei appunti, è perché presto molte donne colpite dal lutto perinatale hanno iniziato a fare coming out, commentando pubblicamente ciò che condividevo su Facebook o mandandomi messaggi in privato. Ricordo in maniera vivida la sensazione di stupore che provavo davanti a queste “insospettabili” (così mi pareva allora) madri: anche lei? a quel tempo non le avevano nemmeno fatto vedere la figlia… E lei pure? con lo strazio di averne dimenticato il viso…! E lei addirittura due volte? E lei quarant’anni fa? Di quegli scambi beneficiavamo sia io che loro. Ma a molte di queste madri è mancata la condivisione quando ne avrebbero avuto più bisogno. Di qui il pensiero che forse quelle parole sarebbero potute riecheggiare nell’esperienza di altri genitori anche al di fuori della mia cerchia di amicizie e conoscenze, che avrebbero potuto dire loro quello che il 18 agosto del 2022 mi ha detto CiaoLapo: non sei sola, non sei solo.

GRZEGORZ

Come è nato questo libro? Urge una premessa. Nemmeno il greco sulla pietra? No, nemmeno l’italiano sulla carta. L’italiano è la mia seconda lingua, impiantata soltanto al liceo, studiata. La mia lingua-madre è il polacco, l’unica lingua a tutto tondo, è attraverso il polacco che si manifestano le emozioni, specialmente quelle più problematiche. L’italiano fa irrimediabilmente da filtro razionalizzante oppure retorizzante. In italiano sono ancora più spinto, rispetto al polacco, a fuggire (la fuga, del resto, sarà una delle parole chiave di questo tentativo di rispondere alle tue domande). Fuggire verso dove? O verso il discorso quasi-scientifico, distanziato, impersonale (quanto sono stato felice di potere discorrere della poesia di Szymborska, con tanto di citazioni dalla letteratura sull’argomento, e di mettere note esplicative alle formule religiose e non, in chiusura del mio testo!), oppure verso la narrazione mitopoietica, letteraria. Autoreferenziale, quest’ultima, incentrata su giochi di parole ad effetto, su fuochi d’artificio abbaglianti, su densi e colti intertesti. Che cosa c’è di male, si potrebbe domandare? Che si sprofonda nell’autonarrazione. Ci si allontana dal lutto e dal suo reale oggetto. Anzi, lo si congela. E il prezzo è alto.

Come è nato dunque questo libro? Da Lidia, come da lei è nata Lena. Questo libro è nato, sì, dalla morte di Lena, ma è stata la sua mamma a cercare aiuto e parole. In realtà non ho fatto altro che seguire le sue orme. Suo il proposito di contattare CiaoLapo, sue le poesie condivise sui social, sua infine l’iniziativa di comporre, insieme, un libro su e per Lena. E pure l’idea di dargli il titolo tratto da Bagaglio del ritorno di Wisława Szymborska – poesia che grazie a Lidia ho conosciuto e su cui abbiamo discusso per ore. Il mio contributo più concreto è stato quello di coinvolgere il grafico ed editore cracoviano PIO Kaliński: anche grazie al suo lavoro, volontario, Nemmeno il greco ha preso la forma di un libro di alta qualità artistica, curato e stampato a Cracovia. In seguito, PIO ha cominciato a collaborare alle pubblicazioni di CiaoLapo. Anche questo non sarebbe successo se non ci fosse stata Lena.

Poco dopo la morte di Lena ho preso ad abbozzare dei frammenti di prosa, non sapendo bene che cosa farne. Perché sapevo, invece, che cosa fare del dolore, del rimorso, della rabbia, a parte fuggirne a gambe levate? Il primo abbozzo ha dato voce, appunto, all’impotente rabbia di fronte alla “cosiddetta” (negata, di fatti, e respinta al mittente) morte di Lena, quel Dovresti vergognarti e Non ti voltare mentre ti parlo. E tuo padre a parlarti! – la rabbia di un genitore infuriato per qualche comportamento del figlio. Morire? Questo a mamma e papà non si fa. Cattiva. Maleducata. Dispettosa. Dall’espressione di quella rabbia, egoista e comoda, che dissimulava dolore unito ai sensi di colpa (autoreferenziali come ogni altra via di fuga centripeta), è iniziata la scrittura, ultimata soltanto a un anno dalla scomparsa di Lena. Ma nonostante fosse passato tutto quel tempo, il lutto era rimasto pressoché immobile, immaturo. Infantile e “filiale”. Sospeso nel nulla. È già problematico di per sé, penso, il lutto dei padri, in quanto scevro di quella cruda, terrificante immediatezza della dimensione materica, corporale, psicofisiologica, propria del lutto delle madri. Il lutto dei padri è in parte mediato o mutuato da quello delle madri, in qualche modo per sentito dire, maggiormente basato invece su immagini, proiezioni e aspettative, fantomatico. O per lo meno a me sembra tale. Tanto peggio, poi, se aggravato da reali responsabilità di chi ha fatto di tutto per rendere la gravidanza più gravosa (rieccoci alla fuga nei calembour). Che cosa poteva diventare il mio personale saggio, composto in prosa al ritmo di nenia? Quello che, ai miei occhi di oggi, è divenuto: registrazione e mappatura di una molteplice fuga da Lena. Parliamone.

Di cosa parla? Non ho parole. Lena. Che cosa voleva significare? Da un lato, una specie di rimprovero (rivolto a chi – a Lena, al destino, alla morte?), dall’altro, espressione dell’impotente disperazione di chi sente che le parole, quelle giuste, non le ha, che l’unica parola densa di significati è “Lena”. Non ho parole dovrebbe e avrebbe voluto parlare di Lena, ma parla quasi unicamente di chi l’ha scritto. Inevitabile? In una certa misura, sì. Nemmeno il greco parla, infatti, come ha detto Lidia, di uno dei tanti modi possibili di vivere il lutto perinatale. Anzi, di due modi di vivere quel lutto, dissimili, paralleli, ma al tempo stesso a contatto e complementari. Non ho parole ruota intorno al Nulla, con quel maiuscolo (oggi lo abolirei volentieri) che lo riveste di pathos filosofico o poetico-simbolista un po’ pretenzioso, a partire dalla citazione che fa da motto, da quel Nulla sincero e rio, fino alla chiosa interpretativa della poesia di Szymborska: Vale lo stesso, ossia niente. Dalla poesia si inizia, con la poesia si finisce, la poesia si insinua a intermittenza nel testo, con citazioni, rimandi, parafrasi, si fa onnipresente. Ecco una delle mie vie di fuga predilette: la mediazione letteraria. Passare la parola ad altri, fare giocare le parole ad autoscontri, strumentare la fonetica, dare ritmo e melodia alla frase: per come sono fatto, mi è estremamente difficile dire (e ancora peggio, scrivere), in un contesto come questo, qualcosa di diretto e spontaneo. Succede ogni qualvolta si fa avanti imperante la necessità di fuggire dal reale (troppo duro da affrontare, sopportare, elaborare), il bisogno di nascondermi dietro al muro del linguaggio intriso di pathos, tendente al letterario. Di ripararmi in un’ennesima, mitologizzata narrazione autobiografica – l’ho sempre fatto e non è purtroppo escluso, temo, che a causa di questo limite personale lo stia facendo anche adesso. Le parole così adoperate finiscono per “avvolgere nel cotone” qualcosa di troppo doloroso, scomodo, imbarazzante o vergognoso. Calco qui un’espressione polacca con il suo significato figurato di evitare di parlare di qualcosa in modo schietto, fuori dai denti. Del resto in inglese to wrap in cotton ha l’accezione letterale e concreta di conservare, proteggere e nascondere un oggetto prezioso e fragile, da collezione, un gioiello, ad esempio. Può essere calzante, penso, se parliamo di un oggetto del lutto, o di un dolore, il quale può fungere invero da accogliente gabbia che a sua volta ti ripara dall’ignoto, di un dolore che può sfociare perfino in un perverso piacere. Oppure se parliamo di un ego che tiene sopra ogni cosa all’autoconservazione, refrattario al cambiamento e all’evoluzione persino di fronte al più traumatico degli eventi.

Ecco, credo oggi che il mio cervello abbia fatto tutto questo, pur di evitare l’insorgere, il crescere e il maturare del lutto. Nelle settimane, nei mesi e perfino negli anni dalla morte di Lena ho persistito nella scelta di assecondarlo, imboccando per giunta un’altra via di fuga tra le preferite, percorsa sin da quando ero ragazzo: quella del crescente e inarrestabile abuso delle sostanze psicoattive. Già anni prima di Lena mi ero reso dipendente da psicofarmaci: dopo Lena è andata di male in peggio. Dico forse qualcosa di ovvio e risaputo, ma le molecole psicoattive che danno dipendenza, benzodiazepine in testa, se abusate in crescendo per dei periodi prolungati, fanno da analgesico universale, anestetizzando e impedendo ogni sensazione ed emozione. Agendo, insomma, alla stessa stregua dell’antibiotico che stermina ogni forma di vita batterica, patogena o sana.

Il Non ho parole non poteva dunque che essere questo: un escogitato ed elaborato intrico-intruglio dei percorsi di fuga con al centro un buco nero fatto, anziché di antimateria, di antiparole. Lena, per me, era lì, irraggiungibile e indicibile, anche se in tutto il racconto mi rivolgevo direttamente a lei, parlandole tuttavia ostinatamente di me stesso. Proprio così: lei è rimasta indicibile, al di là di ogni linguaggio simbolico, soprattutto quello verbale. Penso del resto, senza però generalizzare – valga soltanto per me – che il dolore fisico o psichico che supera ogni soglia di sopportazione sia trascrivibile soltanto per mezzo delle onomatopee dell’urlo o del pianto. Lo esperisci, ma non ti è possibile verbalizzarlo senza mediare – ossia senza fuggire.

Dov’è Lena? Nell’ossimorico il futuro era, secondo la formula di Lidia (speculare, nel mio testo, è l’ossimoro temporale dell’inversione delle sue date di nascita e di morte), Lena si palesa, nella mia narrazione, all’inizio del racconto. Prima come una bambina indisciplinata, vittima, contro i ripetuti moniti, di un suo gioco finito male. Subito dopo diventa figlia autonoma e assente che senza alcun buongiorno né arrivederci manda ai genitori un’“istanza cimiteriale” da pagare. Si palesa, tuttavia, in un’egocentrata proiezione del padre “deluso”: in questa facile ottica, chi muore, certo, delude scandalosamente i vivi. Verso la fine, Lena fa il suo passeggero ritorno nel breve riassunto dei suoi otto mesi e quattro giorni di vita nel mar medimaterno, vita fatta da penombre, ombre, chiaroscuri, suoni, mezzisuoni, rumori, musiche, voci, il tutto filtrato dalla pelle e dalla carne della mamma… e qui cala il sipario, Lena esce definitivamente di scena. Diversamente da come aveva fatto Lidia nelle sue poesie, non ho dato spazio al futuro stroncato, alle proiezioni vanificate, alle piccole e grandi cose del nostro mondo che sono state precluse a Lena e a noi. Ho assecondato due mie necessità impellenti. La prima è stata quella di, per così dire, narrarmi anziché raccontarmi – ossia di dare una forma il più possibile indiretta e retorica, attraente e pomposa, al groviglio di emozioni che non volevo chiamare con i loro nomi. C’erano, ma innominabili. Di qui, ad esempio, la litania dei Sono un uomo piccolo, Lena e Troppo piccolo il mio cuore di padre, Lena, di qui il non riesco a contenerti, Lena, a diventare un adulto in lutto (quest’ultima affermazione, sorprendentemente veritiera, mi è scappata), di qui i retorici mea culpa e le altrettanto retoriche ammissioni della piccolezza delle paure egoiste. La seconda necessità: quella di mitologizzare e teatralizzare ogni cosa, ogni evento. Il vissuto e la scomparsa di Lena sono così diventati delle messinscene mitiche con al centro me, onnipotente demiurgo: il Giorno della Fafaffa con il dettagliato resoconto della morte di Lena, accompagnato dalle maniacali mappature spazio-temporali, il giorno della sua nascita, il giorno dei funerali, gli oggetti simbolici che rinviavano al mio retaggio identitario, familiare e culturale, proiettato su Lena… Il risultato: il Non ho parole potrebbe, forse, aspirare alla dignità di un testo letterario, ma come espressione del lutto perinatale è, come chiaramente risulta da quanto si è detto, problematico.

Se dovessi raccontare il cuore del tuo libro dal tuo punto di vista, scegliendo una poesia, una frase, una parola, quale sceglieresti? Perché? Nie tak. Nic tak. Ovvero: non così, niente così. Oppure anche, se leggessimo il polacco tak come particella affermativa: non sì, niente sì. Alla luce di tutto quanto sopra, da questa polisemica formula traspare una forma di consapevolezza, o piuttosto un presentimento, un dubbio, risalente al periodo in cui avevo scritto Non ho parole, ossia caratterizzante il primo anno dopo la morte di Lena. La consapevolezza, ostinatamente respinta, esorcizzata, del fatto che la strada che stavo percorrendo era sbagliata. Stavo fuggendo in ogni modo possibile, ma non volevo ammetterlo per nulla al mondo. Sapevo, e lo avevo verbalizzato, che ogni singola parola con cui pensavo e scrivevo Lena era ridondante e provvisoria. Perché quella ridondanza e quella provvisorietà – cifra di una fotogenica disperazione – le ho scelte io.

Ci sono delle parole che durante la scrittura sono tornate più volte? E altre che invece hai scelto di lasciare da parte, di non dire? Perché? Lena, Lena, decine e decine di volte. È il nome-cantilena, nome-ritornello, nome-incantesimo e, nella struttura del Non ho parole, una sorta di formula magica (vuota in quanto tale, perché non fa tornare Lena in vita), nonché l’unica parola carica di sensi. E poi, sì, ho lasciato molto di non detto. In parte quel non detto l’ha nominato Lidia: la nostra crisi di coppia, il complicato lutto dei fratelli di Lena. In parte, invece, si tratta del non detto che ho esplicitato rispondendo alle tue domande precedenti. Perché ho scelto di non dire ciò che non ho detto? In parole povere, perché ne respingevo efficacemente la consapevolezza, e perché non rientrava nella cornice di una narrazione mitologizzante.

Il fare poetico e l’espressione artistica possono trasformare il percorso di elaborazione del lutto? Se sì, come? Dipende. Sì, possono, ma la condizione necessaria è quella di essere pronti a fare spazio al lutto, a farlo insorgere. A seguire il suo corso per poterlo elaborare. Altrimenti, se ci si ferma al riconoscimento e alla verbalizzazione unicamente del proprio dolore, se si sceglie, insomma, di scappare o di implodere in noi stessi, la scrittura rischia di diventare addirittura controproducente per l’elaborazione del lutto. Può svolgere una funzione autoterapeutica, questo sì, ma facendo tutt’al più da analgesico o anestetico. Dopo la morte di Lena ho fatto, credo, un grave e irreparabile errore: di ciò che mi stava accadendo, non ne ho parlato né con i miei familiari, né con gli amici. Vero è che nemmeno loro hanno voluto toccare volentieri l’argomento; nella forma culturale polacca c’è una sorta di rispettoso pudore che più volentieri frena dall’interessarsi degli altrui lutti. In più, il lutto perinatale è tabuizzato o finanche sminuito. Non ho cercato nemmeno altri padri in lutto, non ne ho parlato con nessuno tranne che con Lidia. Il risultato: Non ho parole.

Cosa ti piacerebbe dire a chi sta affrontando un lutto perinatale e magari non riesce ancora a trovare parole o gesti per sé? Non me la sento di rivolgermi alle madri in lutto, troppo limitate sono le mie capacità empatiche (lo dico senza autocompiacimento o autocommiserazione, mi limito a constatarlo) affinché comprenda e contenga qualcosa che talmente tanto mi sovrasta. E non sono sicuro che mi piacerebbe dire quello che sto per dire. Dunque da padre in lutto a ogni padre in lutto. Prima di cercare parole o gesti, il grado zero: non fuggire. Dal dolore, dalla rabbia, dal rammarico, dal pianto. Datti il diritto di piangere, lugere – è questo l’etimo e il cuore del lutto. Non nasconderlo davanti alle persone di cui ti fidi, o, se ne hai bisogno, sentiti libero di gridarlo a tutti. Ma prima di ogni altra cosa, non fuggire. Le vie di fuga, che spesso, peraltro, sono socialmente considerate non scappatoie o strategie di autoconservazione. ma prove di virilità, sono infinite: dal workaholismo alla rincorsa dei piaceri e delle pulsioni, passando per le sostanze psicoattive (alcol, droghe o psicofarmaci che siano). Parlo per esperienza, l’esperienza di un fuggitivo incallito. Il dolore? Fuggendo, sarai in grado di sopprimerlo. Le responsabilità? Ma quali responsabilità, se sei tu l’unica vittima dell’accaduto e l’ombelico del mondo, offeso a morte dalla morte! Le scomode emozioni che fanno parte della psicofisiologia del lutto? Riuscirai a disfartene, assieme però, attenzione, a tutte le emozioni positive comprese nel pacchetto, tanto da non essere più capace di provare né tristezza né gioia. Rimarrai imprigionato nella rabbiosa e autocompiaciuta fase iniziale del lutto, quella della negazione – non è successo niente, nulla è cambiato, perché mai dovrei cambiare io – senza concederti la possibilità di arrivare al patteggiamento e all’accettazione. In questo modo potrai bypassare e raggirare, indenne e immutato (ossia non imparando un accidente) la vita e la morte di tuo figlio o di tua figlia. Puoi continuare a fuggire finché vivi (evitando di vivere, benintesi) e restando solo, perché hai scelto di esserlo. Ma se scegli diversamente da come ho scelto io, ignora questi consigli non richiesti.

A chi è dedicato questo lavoro? A Lena, a noi stessi, i suoi genitori, ai nostri due figli, a tutte le persone che ha nominato Lidia, alle quali anche io non posso che essere grato, a tutte le madri e a tutti i padri che hanno vissuto o vivono il lutto perinatale. E, aggiungo, a Sela, bisnonna ebrea di Lena. Sela a diciannove anni è fuggita da uno dei ghetti nazisti in Polonia, lasciando dietro i suoi genitori, la sorella di diciassette anni e il fratello di quindici. Loro, assieme a quasi tutto il resto della famiglia, entrarono a far parte di sei milioni di sommersi. Lei è sopravvissuta. Non fosse per quella fuga, una fuga dalla morte verso la vita, non ci sarebbe Lena.

 

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