A cura della dott.ssa Ambra Beretta, psicologa clinica, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, referente Ass. CiaoLapo per la regione Marche
L’esperienza dei padri che affrontano un lutto perinatale nel nostro paese è ancora un tabù. Il presupposto di fondo è quello secondo cui la sofferenza può al limite essere riconosciuta solo alla mamma, perché si crede che il papà, non sentendo il proprio bambino crescere, muoversi dentro di sé, instauri una vera relazione di attaccamento solo dopo la nascita. Questo modo di pensare ha alimentato un vecchio e radicato pregiudizio culturale secondo cui gli uomini “soffrono meno”, la perdita per loro è “meno grave” e comunque più facilmente risolvibile.
Studi recenti dimostrano invece che l’attaccamento dei padri con il proprio bambino inizia già in gravidanza: i padri infatti accolgono nella loro mente una creatura che non hanno mai visto, che non portano in grembo, sognando il futuro e il tipo di padre che saranno.
La partecipazione agli appuntamenti ostetrici, alle ecografie, agli incontri del corso di accompagnamento alla nascita e il trascorrere del tempo con il bambino (nel caso di nascite premature o a termine) promuove e favorisce la formazione della relazione padre-bambino. La perdita del proprio bambino, indipendentemente dall’età gestazionale in cui avviene, interrompe bruscamente questo legame ed il sogno di una vita futura insieme, portando con sé un profondo crollo delle aspettative, perdita di speranze e del sogno di diventare genitori.
Le emozioni legate alla perdita
I padri che hanno preso parte agli studi e ai quali è stata data la possibilità di descrivere le loro emozioni affermano di essersi sentiti “vuoti”, inutili, non in grado di controllare il dolore e la paura, e di aver sperimentato shock, incredulità, disperazione, tristezza, frustrazione e inadeguatezza. Dai racconti dei papà emergono frequentemente anche senso di impotenza o incapacità (soprattutto durante il travaglio ed il parto), un forte senso di responsabilità nel dover svolgere attività burocratiche e organizzative (come compilare moduli, firmare pratiche, prodigarsi per la sepoltura o per la cerimonia di commiato…) e nel dover informare familiari e amici della perdita. Molti di loro hanno riferito come il doversi dedicare a questi aspetti non sia stato facile, in un momento così stressante per loro stessi avrebbero voluto solamente del tempo per comprendere che cosa stava accadendo.
E’importante sottolineare inoltre come, i padri che avevano avuto perdite in età gestazionali precoci, non hanno descritto un lutto meno intenso rispetto a quelli con perdite più tardive.
La trappola del “dover essere forti”
Nonostante sperimentare dolore e tutte le emozioni finora descritte dopo la perdita di un bambino sia del tutto fisiologico, negli anni le aspettative culturali sull’uomo che deve essere e dimostrarsi “forte”, senza far trapelare i suoi vissuti, hanno fatto si che la sofferenza dei padri non venisse riconosciuta, relegandoli al ruolo di coloro che si prendono cura della propria compagna indipendentemente dal loro stato emotivo e psicologico.
La letteratura suggerisce come i padri vivano un costante conflitto emotivo tra l’essere di supporto alle loro partner e l’esprimere la propria sofferenza che pare non aver diritto di essere mostrata, fanno di tutto per non deludere le aspettative sociali di come un uomo dovrebbe comportarsi di fronte a situazioni traumatiche come quella della perdita del proprio figlio. Non esprimono apertamente il loro dolore per non sembrare vulnerabili o per il timore di essere responsabili di ulteriore tristezza e dolore alle loro compagne. Accade di frequente che molti dei papà che si rivolgono a CiaoLapo, riferiscono di essere preoccupati per la salute mentale delle proprie compagne, chiedono supporto ed indicazioni su quale sia il modo “più giusto” per poterle aiutare, senza far riferimento in alcun modo ai propri bisogni e vissuti emotivi.
“Molti padri di fronte al lutto perinatale rimangono come imprigionati dietro un vetro partecipano a tutto ciò che accade memorizzano tutto quello che viene fatto e detto assistono alla sofferenza della compagna, danno la cattiva notizia ad amici e parenti si occupano degli altri figli, rimanendo però lontani da ciò che loro stessi sentono”(Ravaldi, 2024, Il lutto perinatale. Un’esperienza complessa e dolorosa, pag.85).
Questa difficoltà nel mettersi in ascolto delle proprie emozioni è sostenuta e rinforzata purtroppo anche da errate pratiche nell’assistenza: in molte realtà ospedaliere e territoriali, laddove è presente la possibilità di poter ricevere un supporto psicologico subito dopo l’evento di perdita, questo è spesso riservato quasi esclusivamente alle madri, lasciando completamente soli ed emarginati i padri nel loro percorso di elaborazione del lutto.
Riconoscersi padre
Un tema centrale emerso nella letteratura recente riguarda l’estrema difficoltà degli uomini a riconoscersi il ruolo di padre: sanno di esserlo stati fino al momento della perdita ma non riescono a definirsi tali dopo di essa. Anche nel caso della presenza di altri figli vivi quando viene chiesto loro di quanti figli sono genitori fanno fatica ad includere i bambini che hanno perduto. Definirsi padri è molto più complicato nei casi di perdite precoci, a causa principalmente del non riconoscimento dell’esperienza traumatica e della mancanza di rituali che possono essere condivisi e che rendano “reale” l’esperienza di perdita. Nelle perdite che avvengono in età gestazionali più avanzate, raccogliere ricordi come le impronte delle mani e dei piedi, fare delle foto, poter lavare il proprio bambino, tagliare una ciocca di capelli se presenti, vestirlo, tenerlo in braccio vengono percepiti come momenti in cui i padri hanno potuto sperimentare, se pur per breve tempo, la loro genitorialità e questo si è rilevato molto prezioso per affermare la loro identità di padre.
Dal “fare” allo “stare”
Per affrontare le emozioni spiacevoli correlate al lutto, gli studi hanno riscontrato una tendenza generale tra i padri all’uso di strategie quali il “distogliere” il pensiero dalla perdita, l’evitamento emotivo, e l’iperinvestimento nel lavoro, negli hobby, nello sport o nelle attività domestiche al fine di mantenersi il più possibile occupati durante le giornate. Alcuni padri ricorrono a strategie e comportamenti compensatori pericolosi come l’abuso di alcol, droghe, il gioco d’azzardo e spese eccessive e ingiustificate.
Spesso inoltre i padri hanno la tentazione di cercare di velocizzare il processo di elaborazione e credono che provare a razionalizzare la perdita possa essere un modo utile per farlo.
Coinvolgere i papà, fornire loro spazi dedicati dove poter esprimersi senza sentirsi in nessun modo giudicati, dove la propria tristezza non venga banalizzata ed il dolore riconosciuto dovrebbe essere visto come una parte essenziale di un approccio globale e condiviso. Questo permette di fornire degli strumenti ai padri che favoriscano l’utilizzo di strategie di fronteggiamento più sane, funzionali, efficaci e l’espressione di tutte le emozioni in maniera autentica e senza filtri.
Quei padri che si concedono la possibilità di so-stare nelle emozioni, spostandosi dalla modalità del “fare” a quella dell’“ascolto”, del “sentire”, dell’ “accogliere” sperimentano: come non è necessario né tanto meno utile imporsi dei limiti temporali entro cui dover dimostrare di stare meglio, che la perdita non va “superata” ma integrata nel proprio percorso di vita e nella storia personale, di coppia e familiare. (Ravaldi, 2023).
Il dolore dei padri dopo una perdita perinatale non può più essere ignorato
I ricercatori internazionali, i professionisti formati che si occupano di lutto perinatale e le Associazioni che sostengono e accompagnano i genitori dopo la perdita sono unanimi nel suggerire che è fondamentale prestare particolare attenzione al padre, ai suoi vissuti, e alle conseguenze a breve, medio e lungo termine del lutto sul benessere fisico, psichico, sociale e relazionale.
Sono necessarie ulteriori ricerche in quanto la maggior parte degli studi sul lutto perinatale si sono focalizzati sull’esperienza materna e per questo motivo ad oggi le nostre conoscenze dell’impatto dell’evento di perdita sui padri sono molto limitate e di conseguenza anche le opportunità di sostegno riconosciute dalle strutture sanitarie. La perdita perinatale è una esperienza emotivamente devastante che può portare all’isolamento dei padri e che ha implicazioni sulle relazioni intime e sui futuri progetti di genitorialità, per questo il supporto, la vicinanza e l’accoglienza da parte di persone care e dei professionisti sanitari è fondamentale.
Se il lutto viene ignorato o non validato il percorso elaborativo può incepparsi e la probabilità di incorrere in un lutto complicato e in sequele psicologiche a lungo termine quali disturbi depressivi, disturbi d’ansia e PTSD (disturbo post traumatico da stress) aumentano.
Che cosa favorisce una corretta elaborazione del lutto nei padri:
- la presenza di personale ospedaliero e territoriale formato che possa fornire un sostegno precoce al lutto e che includa il padre in tutto il percorso dalla diagnosi di morte del proprio bambino, durante il ricovero della compagna, e dopo la dimissione.
- la presenza di una relazione di coppia stabile in cui ognuno dei partner possa liberamente esprimere i rispettivi bisogni e sentire che questi vengono accolti, ascoltati, non giudicati e rispettati;
- la presenza di una famiglia di origine che offre presenza, affetto, disponibilità emotiva e che non alimenti gli stereotipi di genere legati a come gli uomini dovrebbero o non dovrebbero esprimere le loro emozioni ed i propri vissuti legati al lutto;
- il riconoscersi di aver bisogno di aiuto e concedersi del tempo per prendersi cura di sé al fine di integrare l’esperienza di perdita nella propria vita, dando il proprio personale significato;
- il riconoscimento sociale della perdita, della storia di quel bambino e del ruolo di padre di tutti gli uomini che hanno desiderato i loro figli ma che non possono stringerli tra le braccia;
- la riduzione del tabù sul lutto perinatale, poiché questo favorisce la comunicabilità della perdita perinatale all’esterno della propria famiglia.
Per approfondire:

